Il Purgatorio - parte tredicesima- CELLULE PARROCCHIALI DI EVANGELIZZAZIONE Gruppi Cellule-Oikos p. S.O. - Palermo Arcidiocesi di Palermo

Il Purgatorio - parte tredicesima

Il_giudizio_particolare

6 settembre 2020

Dio vede peccati veniali anche nei santi.

S. Margherita Maria Alacoque, entrata nel monastero e datasi alla più sublime perfezione, conservò un attaccamento sensibile ad una compagna.

Gesù (geloso di regnare nel suo cuore) le apparve e le fece intendere che quel dolce legame contristava il suo amore e che doveva assolutamente troncarlo.

La santa lottò per vari mesi contro quell’attaccamento e infine trionfò.

Ed allora lo sposo divino la inondò di consolazioni e di favori singolari, che fino allora aveva nascosti.

Nell’autobiografia di S. Teresa di Gesù Bambino si legge che la Santa ebbe una terribile visione, in cui le fu mostrato l’inferno ed il luogo preparato per lei se non si correggeva di alcuni difetti che l’avrebbero a poco a poco trascinata nella perdizione.

I peccati veniali, in una persona che si dà alla perfezione, fanno l’effetto di un moscerino o di polvere negli occhi.

Un granellino di sabbia o una pagliuzza è cosa di poco conto, ma se entra in un occhio lo fa lacrimare e soffrire e non fa vedere bene gli oggetti.

Santa Liduvina, mistica olandese, vissuta per 38 anni in un letto perché colpita da sclerosi multipla, alla morte di suo padre si afflisse più di quanto conveniva a un cristiano, il quale sa che la tomba è la culla dell’eternità.

In castigo di quell’affetto troppo naturale ed eccessivo, Dio la privò delle sue dolci consolazioni e le mandò molte pene interne.

Un uomo di Dio, avvertito di quanto accadeva in quell’anima, le mandò a dire che si correggesse di quell’imperfezione e si rassegnasse al Volere Divino, se voleva riacquistare i favori di prima.

Non è forse vero che quando cadiamo in difetti volontari e accontentiamo affetti disordinati del cuore, subito sentiamo diminuire la grazia di Dio e lo slancio nel cammino della perfezione?

Allora l’anima sonnecchia nel servire Dio, è malaticcia, è ferita, come il malcapitato sulla via di Gerico, e se non ci affrettiamo a medicarla, presto morirà.

Perciò se vuoi farti santo, muovi guerra spietata alle colpe veniali.

Non essere avaro con Dio, non misurare col metro fin dove arriva il lecito e l’illecito, il mortale e il veniale, l’obbligo grave e leggero.

Questo è difficile e pericoloso, perché i limiti non sono sempre chiari.

Cerca invece di evitare qualsiasi offesa a Dio, obbedendo sempre alle soavi ispirazioni della grazia.

Chi vuole tenacemente si fa santo, perché gli aiuti divini non mancano mai a chi li accoglie con prontezza e li adopera con sollecitudine.

Il nome “veniale” viene da venia (parola latina che significa perdono).

Ma anche il peccato mortale è suscettibile di venia, cioè di “perdono”, se il credente si pente e si confessa.

A volte la giustizia divina ha castigato in questo mondo certe colpe veniali, con un rigore che ci riempie di spavento e ci dimostra quanto odia il peccato anche leggero.

L’infelice moglie di Lot fu colpita di morte istantanea e cambiata in una statua di sale per una curiosità.

Udiva il crepitare delle fiamme, le grida disperate degli abitanti della città di Sodoma e si voltò per osservare quel terribile spettacolo.

Mosè fu escluso dalla terra promessa per una mancanza di confidenza, per una piccola diffidenza, quando percosse due volte la roccia per fare scaturire acqua per il popolo assetato.

Fu condannato a morire senza mettere piede nella terra promessa.

Sua sorella Maria, per una leggera mormorazione, viene ricoperta da terribile lebbra e cacciata dalle tende degli israeliti.

Guardiamo Davide (2Samuele 24), fece il censimento del suo popolo e si compiacque vanamente di quel numero sterminato di sudditi, attribuendo quasi a sé quella gloria che era di Dio.

Subito Dio domandò una severa espiazione, proponendogli tre orribili flagelli: la peste, la fame e la guerra.

Venga la pestilenza”, esclamò il re pentito.

Ed il contagio invase il popolo e ben 70 mila perirono.

2Samuele 6,7-7:

«Un giorno “Davide radunò di nuovo tutti gli uomini migliori d’Israele, in numero di trentamila.

Poi si alzò e partì con tutta la sua gente da Baalà di Giuda, per trasportare di là l’arca di Dio, sulla quale è invocato il nome del Signore degli Eserciti, che siede in essa sui Cherubini.

Posero l’arca di Dio sopra un carro nuovo e la tolsero dalla casa di Abinadàb che era sul colle; Uzzà e Achìo, figli di Abinadàb, conducevano il carro nuovo:

Uzzà stava presso l’arca di Dio e Achìo precedeva l’arca.

Davide e tutta la casa d’Israele facevano festa davanti al Signore con tutte le forze, con canti e con cetre, arpe, timpani, sistri e cembali.

Ma quando furono giunti all’aia di Nacon, Uzzà stese la mano verso l’arca di Dio e vi si appoggiò perché i buoi la facevano piegare.

L’ira del Signore si accese contro Uzzà;

Dio lo percosse per la sua colpa ed egli morì sul posto, presso l’arca di Dio”».

Egli era semplice levita e non poteva toccare l’arca.

Quella morte improvvisa gettò lo spavento in tutti.

Davide concepì un’idea così grande della maestà divina, che non osò più ospitare l’arca nel suo palazzo e la fece condurre nella casa di Obed-Edom.

Saliva Eliseo, già vecchio cadente, la collina di Betel.

2 Re 2,23-24:

“Mentre egli camminava per strada, uscirono dalla città alcuni ragazzetti che si burlarono di lui dicendo: «Vieni su, pelato vecchio; vieni su, calvo!».

Egli si voltò, li guardò e li maledisse nel nome del Signore. Allora uscirono dalla foresta due orse, che sbranarono quarantadue di quei fanciulli”.

In Atti 4,34-35 leggiamo:

“Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno”.

Ora succede che:

Atti 5, 1-11:

“Un uomo di nome Anania con la moglie Saffira vendette un suo podere e, tenuta per sé una parte dell’importo d’accordo con la moglie, consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli.

Ma Pietro gli disse: «Anania, perché mai satana si è così impossessato del tuo cuore che tu hai mentito allo Spirito Santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno? ...Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione?

Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio».

All’udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò.

E un timore grande prese tutti quelli che ascoltavano.

Si alzarono allora i più giovani e, avvoltolo in un lenzuolo, lo portarono fuori e lo seppellirono.

Avvenne poi che, circa tre ore più tardi, entrò anche sua moglie, ignara dell’accaduto.

Pietro le chiese: «Dimmi: avete venduto il campo a tal prezzo?». Ed essa: «Sì, a tanto». Allora Pietro le disse: «Perché vi siete accordati per tentare lo Spirito del Signore? Ecco, qui alla porta, i passi di coloro che hanno seppellito tuo marito e porteranno via anche te».

D’improvviso cadde ai piedi di Pietro e spirò.

Quando i giovani entrarono, la trovarono morta e, portatala fuori, la seppellirono accanto a suo marito.

E un grande timore si diffuse in tutta la chiesa e in quanti venivano a sapere queste cose”.

Anania e Saffira dissero una bugia a S. Pietro e furono colpiti di morte istantanea.

Dinanzi a queste terribili punizioni vengono spontanee le parole della scrittura:

Salmo 89: “Chi conosce l’impeto della tua ira, e nel timore di te, la tua col-

lera?”.

Notiamo che in tutti questi fatti scritturali, i santi padri vedono per lo più una colpa veniale.

Ora se Dio castiga con la morte, che è la massima pena in questo mondo, dobbiamo concludere che il peccato veniale non è cosa da nulla, come talvolta pensiamo, ma un male grandissimo da evitare a qualunque costo.

Va osservato che se Dio flagella con tanto rigore il peccato veniale, premia però spesso con preziosi favori le piccole corrispondenze alla grazia, per invitarci ad essere fedeli nel poco.

S. Luigi Bertrando, trattenutosi una notte nel coro a pregare, vide apparire davanti a sé un religioso, circondato di fiamme.

Questi, gettandosi ai suoi piedi lo supplicò di perdonargli una parola pungente che in vita aveva detto contro di lui molti anni prima.

Per questa sola parola era stato condannato al Purgatorio.

Implorava quindi da lui una messa, che gli doveva aprire le porte del cielo.

Il santo si affrettò a soddisfare il desiderio dell’estinto.

E nella notte seguente lo vide raggiante e glorioso salire al cielo.

Questo fatto ci richiama alla mente le parole del Vangelo che leggiamo in Mt 5,22:

“Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna”.

Padre Nieremberg della Compagnia di Gesù, devotissimo delle anime purganti, mentre una notte pregava in loro suffragio, si vide comparire davanti un confratello morto di recente, che per molti anni aveva insegnato teologia, tormentato da atroci pene, perché qualche volta aveva parlato del prossimo con poca carità.

La sua lingua era continuamente bruciata dal fuoco, come pena per averla male usata.

La grande devozione alla Santissima Vergine gli aveva meritato la grazia di apparire a Padre Nieremberg per impetrare suffragi.

Dopo tutto ciò, potremo ancora chiamare piccolo o leggero male una trasgressione veniale?

Non ci accorgiamo del pericolo a cui ci esponiamo e che dovremo piangere per tanti secoli?

Se non detestiamo di cuore le nostre colpe veniali, esse ci faranno sempre alimentare a lungo le nostre fiamme in Purgatorio e ci faranno ritardare il nostre ingresso nel cielo.

Impariamo dunque a ritenere, finché siamo in tempo, che il peccato veniale è un grande male, per la malizia che in sé contiene, per le pessime conseguenze, per i castighi in cui viene punito chi lo commette.

Detestiamo tutti i nostri peccati veniali trascorsi, confessiamoli e facciamo mortificazioni per pagare il debito qui... e non in Purgatorio.