Il Purgatorio - parte terza- CELLULE PARROCCHIALI DI EVANGELIZZAZIONE Gruppi Cellule-Oikos p. S.O. - Palermo Arcidiocesi di Palermo

Il Purgatorio - parte terza

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21 giugno 2020
 

Abbiamo visto nei due insegnamenti precedenti - sulla base di apparizioni ad alcuni santi - che non siamo in grado di immaginare e farci un’idea anche minima delle sofferenze che si provano in Purgatorio.

S. Paolo della Croce, fondatore della Congregazione dei Passionisti, racconta che un mattino gli apparve l’anima di un suo amico morto nella notte.

Chiedeva suffragi perché soffriva orribilmente.

Il santo volle sapere a che ora avesse cessato di vivere, ed egli “Alle sei e mezza”.

In quel momento l’orologio segnava appena le sei e tre quarti.

Così - replicò il Santo - è un quarto d’ora che state in Purgatorio e vi appare già un secolo?

Allora l’anima si allontanò gridando: “Sciagurato! Non sai cosa voglia dire un quarto d’ora di Purgatorio!”

S. Tommaso d’Aquino dice che le stesse fiamme che bruciano il dannato purificano pure l’eletto e sempre S. Tommaso d’Aquino, ribadisce un pensiero già espresso da S. Agostino, per cui la più piccola pena del Purgatorio è di gran lunga superiore alla più grande di questo mondo.

Il fuoco nostro è freddo, dice un santo, a paragone di quello che brucia quelle povere anime.

Tra le fiamme del Purgatorio e le nostre c’è la differenza che passa tra il fuoco reale e quello dipinto.

S. Caterina da Genova nel “Trattato sul Purgatorio” scrive:

“Le anime purganti provano un tal tormento, che lingua umana non può riferire, né alcuna intelligenza darne la più, piccola nozione, eccetto che Dio non lo facesse conoscere per grazia speciale”.

Vi è nel Purgatorio, come nell’inferno, doppia pena, quella del danno, che consiste nella privazione di Dio, e quella del senso.

La pena del danno è senza paragone più grande: ed è tanto più intensa, perché quelle anime, vivendo dell’amicizia di Dio, sentono più forte il bisogno di unirsi a Lui, come l’ago calamitato si volge al polo, la freccia vola al centro ed il fuoco tende ad elevarsi.

Un religioso francescano, morto in concetto di molta virtù, comparve dopo lungo tempo ad un suo amico, lamentandosi d’essere stato abbandonato.

Ciò era vero, perché il confratello, stimando il defunto già pervenuto alla gloria eterna, non pregava più per lui, e su questa supposizione faceva a quell’anima le sue scuse.

Diede allora un lamentevole grido, l’anima abbandonata, e disse tre volte in lingua latina: “Nessuno può credere, nessuno può credere, nessuno può credere quanto laggiù si è giudicati severamente”.

Gesù stesso ci ha avvertito, che non ne usciremo, senza prima aver pagato tutti i nostri debiti fino all’ultimo centesimo: “in verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo!”, Mt 5, 26.

Verso la metà del secolo scorso, nel Monastero delle francescane di Foligno, una suora, morta da poco tempo in concetto di santità, apparve alla sorella che l’aveva sostituita nel suo ufficio, per impetrare suffragi.

“Ahi! Quanto soffro”, disse, e per darne una prova, toccò con la palma della mano la porta e vi lasciò l’impronta carbonizzata, riempiendo la camera di fumo denso e di odore di legno bruciato.

Quel terribile segno si conserva ancora.

Chi vuole può recarsi nel convento per osservarlo da vicino e leggere la cronaca del fatto.

A Zamora, città della Spagna, viveva in un convento di domenicani un buon religioso, legato in santa amicizia con un francescano, uomo come lui di grande virtù.

Un giorno, in cui si intrattenevano di cose spirituali, si promisero scambievolmente che il primo a morire sarebbe apparso all’altro - se così a Dio fosse piaciuto - per informarlo della sorte toccatagli nell’altro mondo.

Mori il francescano e, fedele alla sua promessa, apparve al religioso domenicano, mentre stava preparando il refettorio.

Dopo averlo salutato con straordinaria benevolenza, gli disse di essere salvo, ma che gli restava ancora molto da soffrire per alcuni piccoli falli dei quali non s’era abbastanza pentito in vita.

Quindi soggiunse: “Niente c’è sulla terra che possa dare un’idea delle mie pene”.

E perché il domenicano ne avesse una prova, stese la destra sulla tavola del refettorio.

All’istante il legno andò in fumo ed in fiamme e vi restò l’impronta come se la mano fosse stata un ferro rovente.

Immagini ognuno la commozione del domenicano a quello spettacolo!

Corse a chiamare i confratelli, mostrò loro quel segno e tutti si ritirarono subito in Chiesa a pregare per l’infelice defunto.

Questa rivelazione è narrata nella vita di S. Domenico, scritta da Ferdinando Castiglia.

La tavola si conservò a Zamora religiosamente fino al termine del secolo passato, quando le rivoluzioni politiche la fecero sparire, insieme con tanti altri ricordi di pietà.

Andiamo a noi... I fedeli non riflettono abbastanza sulle colpe che si commettono ogni giorno.

Si va avanti alla buona nella vita spirituale, pensando molto alla misericordia di Dio e poco alla sua giustizia.

Quando ci si confessa con le dovute disposizioni, Dio perdona il peccato, cioè la colpa, ma rimane la pena da scontare in questa vita o nel Purgatorio.

Chi si confessa un solo peccato mortale, avrà da scontare in Purgatorio o in questa vita, un grado di pena temporanea.

Chi ne confessa due, dovrà scontare il doppio.

Chi pecca gravemente cento, mille volte... sconterà cento, mille volte di più.

Mi rivolgo a coloro che dicono: “Per il momento pecco. Poi mi confesserò e Dio mi perdonerà! Ho peccato 3 volte? Commetto altri peccati e fa lo stesso. Il Ministro di Dio mi assolve con la stessa facilità 3 peccati o pure 33 peccati!”.

Ma non riflettono - costoro - che più peccano e più lungo e tormentoso sarà il Purgatorio...!

Se non si vogliono astenere dal male per il dispiacere che recano a Dio (che dovrebbe essere il fine principale) almeno si astengano dal peccare per interesse personale, per non accumulare pene sopra pene per il Purgatorio.

Come si scontano i peccati in Purgatorio?

Dicevamo prima che nel Purgatorio, come nell’inferno, vi è doppia pena, quella del danno, che consiste nella privazione temporanea di Dio, e quella del senso.

La pena del danno è senza paragone più grande ed è tanto più intensa, perché quelle anime, vivendo nell’amicizia di Dio, sentono più forte il bisogno di unirsi a Lui.

Finché siamo in questa terra possiamo distrarci ed attaccare il cuore a tante piccole cose.

L’attrazione a Dio non tutti la sentono e non tutti l’hanno allo stesso modo.

Appena l’anima si libera dal corpo, tende a Dio, più che il ferro alla calamita, sente l’amore e non può soddisfarlo.

Possiamo farci una qualche idea, pensando all’assetato davanti ad una fonte di acqua fresca, ma non riesce a toccarla.

Lo strazio dell’anima che è in Purgatorio è la privazione temporanea di Dio.

C’è anche la pena del senso ed è quella che meglio possiamo immaginare e comprendere.

Nella storia del padre Stanislao Choscoa, domenicano Polacco, leggiamo il seguente fatto.

Un giorno, mentre questo santo religioso pregava per i defunti, si presenta un’anima tutta divorata dalle fiamme, come un carbone nel mezzo di una fornace ardente.

Inorridì il santo sacerdote e domandò:

Il fuoco che tu soffri è più forte di quello della terra?

L’anima risponde:

“Ahimè! Tutto il fuoco della terra paragonato a quello del Purgatorio è come un soffio d’aria freschissima.

È come è possibile ciò? Soggiunse il religioso.

Desidero farne la prova a condizione che ciò mi faccia scontare una parte delle pene che dovrò un giorno soffrire in Purgatorio.

“Nessun mortale - replicò allora quell’anima - potrebbe sopportare la minima parte di quel fuoco senza morirne all’istante. Tuttavia se tu vuoi convincertene, stendi la mano!”

Padre Stanislao, senza sgomentarsi, stese la mano, e il defunto vi lasciò cadere una goccia del suo sudore.

Ecco all’improvviso, il religioso emette grida acutissime e cade a terra tramortito, tanto era grande lo spasimo che provava.

Quella goccia gli aveva passato la carne, lasciandovi una piaga profonda.

Accorsero i suoi confratelli atterriti, i quali prodigarono al poveretto le cure, finché ottennero che ritornasse in sé.

Allora egli, pieno di terrore, raccontò:

“Ah fratelli miei, se ognuno di noi conoscesse il rigore dei divini castighi, non peccherebbe mai!

Facciamo penitenza in questa vita per non doverla poi fare nell’altra, perché terribili sono quelle pene.

Combattiamo i nostri difetti e specialmente le colpe veniali avvertite.

La Maestà divina è così santa, che non può soffrire la minima macchia nei suoi eletti.

Facciamo penitenza in questa vita, per non doverla poi fare nell’altra, perché terribili sono quelle pene.

Combattiamo í nostri difetti e correggiamoli, e specialmente guardiamoci dai piccoli falli, poiché il Giudice divino ne tiene stretto conto.

La Maestà divina è tanto santa che non può soffrire nei suoi eletti la minima macchia”.

Dopo di che si pose in letto, dove visse per lo spazio di un anno, tormentato da incredibili sofferenze causate dall’ardore della piaga della mano.

Alla fine dell’anno, dopo aver nuovamente esortato i suoi confratelli a temere in rigori della giustizia divina ed a fuggire qualunque peccato, anche leggero, spirò nel bacio del Signore.

Lo storico aggiunse che questo fatto rianimò il fervore di tutti i monasteri e che i religiosi si esortavano a vicenda nel servizio di Dio, al fine di essere salvi da così atroci supplizi.