Il Purgatorio - parte sedicesima- CELLULE PARROCCHIALI DI EVANGELIZZAZIONE Gruppi Cellule-Oikos p. S.O. - Palermo Arcidiocesi di Palermo

Il Purgatorio - parte sedicesima

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27 settembre 2020

Gesù dice: “…se non fate penitenza, voi perirete tutti nello stesso modo”, Lc 13,3.

Per ottenere dunque la salvezza dobbiamo mettere in pratica il suo insegnamento.

Ora capirete perché sto parlando a lungo del Purgatorio.

Quando sentiamo la parola penitenza il primo pensiero va a quelle penitenze che dovevamo fare da bambini, quando in un gioco si perdeva o si sbagliava.

E allora si era costretti a compiere qualche “penitenza”.

Oppure viene in mente quando andiamo a confessarci e sentiamo dire: “Per penitenza dica tre Ave Maria”, quasi che pregare fosse una penitenza,

Fare penitenza prima di tutto significa cambiare vita, convertirsi, e cioè pentirsi dei propri peccati e ripararli con le opere di penitenza.

Pentirsi dei propri peccati significa:

• sentire il dispiacere di averli commessi, perché sono offesa a Dio;

• avere il proposito, cioè la ferma volontà di non commetterli più per l’avvenire;

• avere la volontà di espiarli e ripararli con le opere di penitenza.

Le principali opere penitenziali che espiano peccati sono tante, ricordo:

• la penitenza data dal confessore;

• il digiuno, l’elemosina, le mortificazioni e i sacrifici;

• le opere di misericordia corporale e spirituale;

• adempiere con diligenza i doveri del proprio stato;

• sopportare pazientemente le tribolazioni e le avversità della vita, volute o permesse da Dio;

• rendere testimonianza di fede davanti agli altri;

• guadagnare indulgenze;

• direi anche prepararsi alla morte: “Eterno Padre, da oggi accetto con cuore gioioso e rassegnato la morte che vorrai inviarmi, con tutta la sua sofferenza”.

Sappiamo che la confessione riconcilia i peccatori con Dio e con la Chiesa, rimette i peccati (gravi e leggeri), commessi dopo il battesimo.

Ma il peccato provoca in noi un doppio danno.

Da un lato ci mette in opposizione a Dio, dall’altro lascia nella nostra personalità un’attitudine negativa che spesso permane anche quando la colpa è stata perdonata nel sacramento della riconciliazione.

Esempio: una ragazza risponde spesso in modo sgarbato a sua madre. Si pente e realizza la sua conversione nella penitenza.

Dio la perdona, la purifica dal peccato, la raccoglie nella tenerezza della sua amicizia.

Ma nella ragazza permane facilmente l’abitudine a “rispondere”, permane un atteggiamento subconscio di opposizione a sua madre, che rischia di esplodere in scenate.

Può darsi che l’atteggiamento della ragazza affondi le radici in esperienze traumatiche e frustrazioni della prima infanzia.

Comunque con il tempo è diventato un’abitudine.

Tutti sperimentiamo difficoltà nei rapporti con gli altri.

Antipatie, avversioni, gelosie, rancori, stanno sempre in agguato e noi non ce la facciamo a superarli interamente.

I condizionamenti psicologici limitano la nostra libertà, la nostra capacità di amare gli altri, di donarci ad essi.

Abbiamo bisogno di guarigione interiore che è l’azione dello Spirito Santo che mi libera

* dall’attaccamento della volontà al male;

* e dall’attitudine a replicare atti peccaminosi (per esempio: l’abitudine a bere, al gioco d’azzardo, a entrare in siti pornografici, ecc.).

Lo Spirito Santo ci può liberare dall’attaccamento al peccato, se facciamo un cammino di fede e poggiamo la nostra vita in Lui, come i bambini stanno attaccati alla gonna della madre.

Gesù ci dice: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli», Mt 18,3.

Noi dobbiamo credere che Gesù ci ama e vuole liberarci dal peccato, dalle sue tristi conseguenze e dobbiamo presentare le nostre ferite allo Spirito Santo perché porti guarigione.

Opere di penitenza che espiano i peccati sono anche le opere di misericordia, che Gesù richiede per trovare misericordia (ossia perdono per i nostri peccati) ed entrare nel suo Regno (vedi Mt 25).

Le sette opere di misericordia spirituale sono:

1. Consigliare i dubbiosi. “Colui che non ha chi lo guidi, cade come una foglia”, così è scritto nella Bibbia.

Mai, come in questo periodo storico, in cui sono messi in discussione tutti i valori che da sempre hanno regolato le relazioni umane, siamo frastornati, confusi ed abbiamo bisogno di auto.

La Bibbia ci “consiglia” di non ritenerci capaci di risolvere i nostri problemi da soli ma di chiedere aiuto e di scegliere attentamente “la persona” che sia disposta ad ascoltarci e abbia le qualità per dare consigli secondo il Vangelo.

Rivolgetevi ad un sacerdote che, sull’esempio di Gesù, vi usi misericordia, vi accolga, vi ascolti, vi capisca, vi corregga e, con voi - analizzando i vostri dubbi vi guidi a scoprire la verità.

Vale sempre poi il detto che è un buon padre non chi risolve i problemi dei figli, ma chi insegna loro a risolverli.

Purtroppo il mondo il mondo è pieno di cattivi consiglieri o di falsi consiglieri.

Pensiamo alla tv, a internet, facebook, ma pensiamo anche ai chiromanti, agli astrologi, ai maghi e alle fattucchiere.

Se vengono dubbi sulla fede, occorre fare un cammino di fede alla luce della parola e al vento dello Spirito che illuminerà la nostra mente e il nostro cuore e darà il dono del consiglio.

2. Insegnare agli ignoranti.

Un detto popolare romanesco ricorda che “nessuno nasce imparato”, a sottolineare che tutti dobbiamo imparare.

Il salmo 77,3-7 aggiunge che non solo dobbiamo imparare ma dobbiamo anche insegnare...

E i primi insegnanti dovrebbero essere i genitori che hanno il compito di educare i figli.

Ma sappiamo oggi che i genitori non insegnano più la fede ai figli.

Non trasmettono la fede perché non l’anno neppure loro.

Se i genitori non trasmettono la fede ai figli i figli cresceranno senza valori umani e cristiani.

Insegnare agli ignoranti in senso lato significa anche far conoscere Gesù a chi lo ignora o a chi è lontano.

“I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre”, Daniele 12,39.

Papa Francesco (9 settembre 2076) prendendo lo spunto dal cap. 9 della prima lettera ai Corinti dice:

“Anche noi possiamo riflettere su cosa significa evangelizzare, perché noi cristiani siamo chiamati a evangelizzare, a portare il Vangelo, che significa dare testimonianza di Gesù Cristo”.

Ma cosa significa “dare testimonianza di Cristo”?

In 1Cor 9,16 leggiamo che S. Paolo dice: “Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo!”.

Il Papa dice: “Un cristiano ha l’obbligo di portare il Nome di Gesù, come esigenza che nasce dal proprio cuore” e con quella forza che ha fatto gridare all’Apostolo: “Guai a me se non evangelizzo!”.

Il grido di Paolo è un avvertimento per quel cattolico che pensa: “Vado a Messa, faccio questo e poi niente più!”.

E il Papa mette in guardia dicendo: “Se tu dici che sei cattolico, che hai ricevuto il battesimo, che sei cresimato, devi andare oltre e portare il nome di Gesù: è un obbligo!”

Ora quale deve essere il nostro stile di evangelizzazione per evitare di ridurre tutto a una passeggiata, a fare proselitismo?

La risposta la suggerisce sempre S. Paolo: “Lo stile è farsi tutto a tutti!”

1Corinzi 9,22: “Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno”.

Significa, in sostanza, “andare a condividere la vita degli altri, accompagnare nel cammino della fede, far crescere nel cammino di fede!”.

In pratica, si tratta di comportarci come quando si accompagna un bambino.

Per esempio, quando vogliamo che un bambino impari a parlare, non prendiamo “I promessi sposi” e gli diciamo: “Leggi questo e parla”!

Piuttosto gli insegniamo a dire anzitutto “mamma”, “papà” e così facendo noi ci facciamo bambini perché il bambino cresca.

Ecco - dice il Papa - con i fratelli dobbiamo fare lo stesso: stare alla condizione in cui è lui e se lui è ammalato, avvicinarmi, non ingombrarlo con discorsi; essere vicino, assisterlo, aiutarlo”.

Questo è lo stile per annunciare il Vangelo.

Si evangelizza proprio con questo atteggiamento di misericordia: farsi tutto a tutti, nella certezza che è la testimonianza che porta la Parola”.

Il Papa racconta: “Quando ero in Polonia a Cracovia, con i giovani nella Giornata Mondiale della Gioventù, durante il pranzo un giovane mi ha domandato: «Padre, cosa devo dire a un amico che è bravo ma è ateo, non crede. Cosa devo dirgli perché creda?».

“Senti - risponde il Papa - l’ultima cosa che devi fare è dire qualcosa! Incomincia a fare... e lui vedrà cosa tu fai e ti farà domande: e quando lui ti domanderà, tu di...!”.

Insomma evangelizzare è dare questa testimonianza:

- “Io vivo cosi, perché credo in Gesù Cristo”.

Se io vivo così, io risveglio la curiosità nell’altro che poi mi dice: “Ma perché fai queste cose?”

E la risposta del cristiano deve essere questa:

“Perché credo in Gesù Cristo e annuncio Gesù e non solo con la Parola ma soprattutto con la vita!”.

Desidero ricordare quanto Gesù disse all’uomo che aveva liberato da una legione di demoni e che poi voleva seguire Gesù:

Marco 5,19: «Va’ a casa tua dai tuoi, e racconta loro le grandi cose che il Signore ti ha fatte, e come ha avuto misericordia di te».

Racconta anche tu come Gesù ha cambiato la tua vita:

- “Prima ero così poi ho incontrato Gesù e la mia vita è cambiata, Gesù vive in me”.

Tutti i credenti devono testimoniare la fede a chi è lontano da Dio.