Il Purgatorio - parte ottava- CELLULE PARROCCHIALI DI EVANGELIZZAZIONE Gruppi Cellule-Oikos p. S.O. - Palermo Arcidiocesi di Palermo

Il Purgatorio - parte ottava

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2 agosto 2020
 

“Ogni anima - diceva S. Caterina da Genova - dal momento in cui si trova in Purgatorio, è innalzata ad un grado di perfezione e di unione divina che potrebbe servire da modello ai più grandi santi di quaggiù”.

Vi sono in Purgatorio anime che in questa terra hanno trionfato sulle loro passioni, hanno vinto il mondo e il demonio, hanno praticato le virtù.

Esse brillerebbero come stelle del firmamento se la veste della loro innocenza non fosse stata macchiata da qualche granello di polvere della terra.

Sono delle anime belle, sante.

Però se si aprissero loro le porte del cielo preferirebbero rimanere nelle fiamme purificatrici piuttosto che entrare nella gloria con imperfezioni lievi.

Le anime del Purgatorio ringraziano il Signore di aver preparato un luogo di espiazione, che consente di acquisire quella bellezza che conviene alle sue spose.

Se Dio, ama noi, poveri peccatori, così fragili, poveri e miseri, quanto più ama queste sante anime del Purgatorio che sono sue per sempre.

Le ama teneramente e desidera vivamente unirsi a loro.

* il suo cuore soffre per il loro triste esilio, ma la sua giustizia le trattiene nella prigione fino a quando esse non abbiano pagato tutti i loro debiti.

C’è una ragione molto profonda che giustifica l’esistenza del Purgatorio.

Il Purgatorio esiste perché esiste la tendenza dell’uomo alla mediocrità e alla tiepidezza.

Non hanno detto né NO a Dio.

Queste piccole vigliaccherie nel bene sono di solito mancanze di vigore della carità.

Il Purgatorio esiste perché l’uomo in questa vita non ha espresso atti di amore così perfetti da abilitare la sua anima a entrare subito nella visione di Dio.

Il fuoco del Purgatorio penetra nelle profondità delle anime, le purifica dal loro egoismo, le abilità ad amare in modo sempre più perfetto.

È luogo di gioia perché c’è la certezza della beatitudine.

Ma anche luogo di sofferenza, perché non si può vedere Dio faccia a faccia.

S. Geltrude, durante un rapimento, vide l’anima di una religiosa che aveva trascorso la sua vita nell’esercizio delle virtù.

Stava alla presenza del Signore, ma non osava volgere il suo sguardo verso la faccia del Salvatore.

Restava con gli occhi abbassati, come un criminale, manifestando con i gesti il desiderio di allontanarsi da Gesù.

Santa Geltrude, stupita da una condotta così strana volle saperne la ragione.

Dio di bontà - disse - perché non ricevi questa anima presso di te?”.

A queste parole, il Signore stese le braccia con amore, come per attirare questa anima verso di lui.

Ma essa se ne andò con rispettosa umiltà.

La Santa, sempre più sorpresa, chiese all’anima della religiosa perché fuggiva così gli abbracci dello sposo.

“Perché non sono ancora interamente purificata dalla sozzura lasciatami dalle mie colpe e se Dio mi concedesse - nello stato in cui sono - il libero ingresso in Cielo, io non vi consentirei perché, per quanto sfavillante sembri ai suoi occhi, so che non sono ancora una sposa degna del mio Salvatore”.

Cosi queste sante anime sopportano le loro sofferenze con piena rassegnazione.

Accettano i loro tormenti con una gioia che cresce sempre di più man mano che si avvicinano al termine della loro espiazione.

Ricordiamoci che queste sante anime create a immagine di Dio, riscattate dal sangue di Gesù, rigenerate nelle acque del battesimo, saranno un giorno nostre compagne di eternità.

Ma tra loro e noi vi è questa differenza: esse sono infelici, prigioniere, impotenti a soccorrersi da sé e aspettano da noi aiuto e consolazione.

Dove sarebbe la nostra carità se non amassimo queste povere anime, inabissate nel dolore?

In quanto cristiani, possiamo restare insensibili alla loro sofferenza?

Amiamole come noi stessi, e diamo loro sollievo e liberazione.

Vediamo ora cosa possiamo fare noi in questa terra per diminuire o annullare le pene del Purgatorio.

Le pene da scontare in Purgatorio sono dovute ai nostri peccati mortali e veniali.

Se sono mortali, la colpa è perdonata nel sacramento della confessione, l’amicizia di Dio viene restituita, rimane però da espiare l’offesa fatta a Dio

• in questo mondo con la penitenza, la preghiera, le messe ecc.

• nell’altro mondo, si sconta la pena con le sofferenze del Purgatorio.

In questa terra, quelli che sono più colpevoli sono proprio quelli che non fanno penitenza: non si mortificano e non digiunano.

Molti non hanno la contrizione sufficiente per guadagnare le indulgenze.

Se hai fatto tanti peccati, perché non fai espiazione?

Se la tua vita passata è stata offuscata da colpe gravi, devi sentirti fortemente motivato a fare penitenza.

Dobbiamo però tenere presente che accanto al peccato mortale c’è anche il cosiddetto peccato veniale.

La nostra vita è un intreccio di peccati veniali.

Così, quanti pensieri inutili, quante parole oziose, quanti giudizi imprudenti, distrazioni, maldicenze.

Quante vanità, tempo perso inutilmente.

Purtroppo molti sono persuasi che il peccato veniale sia cosa da nulla.

Lo commettiamo ogni giorno, forse quasi ogni ora, senza pensare alla malizia che racchiude in sé, alle tristi conseguenze ed ai castighi che porta.

Molti pensano:

“È una colpa veniale. È soltanto una imperfezione. La posso togliere invocando il perdono.

Non voglio essere troppo scrupoloso.

Non ho neppure l’obbligo di confessare tale colpa veniale perché non toglie la grazia di Dio”.

Ma i santi non ragionavano così.

Contemplando le cose alla luce divina, essi nutrivano un orrore estremo al peccato veniale.

E gli mossero guerra a morte, pronti a subire qualunque pena, piuttosto che commetterlo.

“Il demonio non eccita subito alcuno a commettere peccati gravi, ma leggeri, perché possa in qualunque modo entrare nell’anima e cominciare a dominarla per indurla a peccati maggiori”, (S. Girolamo).

A volte ci rendiamo colpevoli di alcune colpe che sembrano veniali, ma sono gravi, perché fanno scivolare nel peccato mortale.

“Amo meglio - esclama S. Edmondo re inglese e martire - gettarmi in un rogo ardente, anziché commettere avvertitamente qualsiasi peccato contro il mio Dio”

S. Caterina da Genova getta uno sguardo sull’azzurra immensità dell’oceano.

Pensa al mare di fuoco che sommerge i dannati nell’inferno.

Da qui risale a Dio, oceano sconfinato di bontà, medita sui benefici fatti all’uomo e sulla malizia del peccato e fuori di sé per il dolore esclama:

“O mio Dio, per fuggire un peccato anche lieve, io mi getterei, se fosse necessario, in un abisso di fiamme e vi resterei per tutta l’eternità, piuttosto che commettere un peccato per uscirne”.

Sempre S. Caterina da Siena, uscita da un’estasi, in cui aveva contemplata la bellezza di un’anima in grazia di Dio e la miseria di quella che è macchiata di peccato, scriveva:

“Se l’anima, per sua natura immortale, potesse morire, basterebbe ad ucciderla la vista di un peccato veniale che ne scolorasse la bellezza!”.

S. Alfonso Rodríguez, gesuita spagnolo martire, infiammato per la gloria di Dio, fece risuonare le mura del convento con questa preghiera:

“Prima soffrire, o Signore, tutte le pene dell’inferno anziché commettere un solo peccato veniale!”.

Così ragionano i santi.

Chi ha ragione

* il mondo o questi seguaci della parola di Dio?

* noi che valutiamo le cose alla luce del tempo... o essi che considerano le cose alla luce dell’eternità?

* noi che vediamo solo la terra con i suoi beni miserabili o essi che contemplano le gioie eterne del cielo?

Che cosa è il peccato mortale?

È la morte e la tomba dell’anima.

Colui che commette una colpa grave, priva sé stesso della grazia santificante, uccide il suo spirito, lo copre come di un velo mortuario, lo chiude nella fossa.

E se non lo risuscita con il sacramento della penitenza, un’eternità di tormenti l’avvolgerà tra le sue fiamme divoratrici.

In una parola il peccato mortale è un suicidio spirituale.

Che cosa è il peccato veniale?

È la malattia dell’anima, è la lebbra del nostro spirito e lo rende schifoso.

Il peccato veniale non dà la morte all’anima, non la priva della grazia di Dio, però la ferisce, la copre come di un’ulcera.

Come un’infermità, non curata, può condurre alla fossa.

Così la colpa veniale può disporre e condurre l’anima alla sua morte, cioè al peccato mortale.

Se noi sentissimo i mali spirituali come sentiamo le disgrazie in questo mondo e fossimo più aperti all’eternità, cambieremmo idea intorno all’offesa di Dio.

Quanta sollecitudine per la nostra salute corporale e quanta noncuranza per la salute spirituale.

Appena abbiamo qualche raffreddore o una febbriciattola, corriamo subito dal medico a domandare medicine, mettiamo da parte il lavoro e sconvolgiamo mezzo mondo.

Invece, se ci accade di cadere in peccato, ci adagiamo in una deplorevole indifferenza, senza curarci dei rimedi, così facili ed abbondanti che Dio ci ha acquistato, per mezzo del prezioso sangue versato da Gesù sul calvario.

Un giorno il Re di Francia S. Luigi discorreva con un cortigiano dell’enormità del peccato.

Ad un tratto gli domandò se amava meglio diventare lebbroso od offendere il Signore.

Il cavaliere, che si intendeva più di guerre e di armi che di religione, uscì in questo sproposito: “Preferirei commettere qualunque peccato, piuttosto che prendermi tale malattia”.

“Ed io - replicò commosso il Re - sceglierei cento volte la lebbra, piuttosto che una sola offesa di Dio”.

Questo è un sentimento che dovrebbe avere ogni cristiano, un sentimento che dovrebbe essere naturale, comune a tutti quelli che credono in un Dio disceso dal cielo e inchiodato alla croce per espiare il peccato.