Il Purgatorio - parte nona- CELLULE PARROCCHIALI DI EVANGELIZZAZIONE Gruppi Cellule-Oikos p. S.O. - Palermo Arcidiocesi di Palermo

Il Purgatorio - parte nona

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9 agosto 2020
 

Don Andrea Beltrami, sacerdote salesiano, dichiarato venerabile nel 1966, era una figura carismatica, tanto da affascinare anche Don Bosco, che ebbe a dire: “Di Beltrami ce n’è uno solo”. Fu però colpito dalla tubercolosi, che lo porterà alla tomba all’età di 27 anni.

Molte erano le sue sofferenze fisiche e morali.

Era un giovane sacerdote e sognava di lavorare nella vigna del Signore per la conversione delle anime.

La malattia troncò tutte le sue aspirazioni.

Nelle ore di sconforto, egli ragionava così:

“Che cosa è dopo tutto questa mia malattia?

È una disgrazia inferiore a un solo peccato veniale: Io dovrei piangere assai più amaramente il più piccolo peccato commesso, che non la salute perduta.

Coraggio, dunque, anima mia, che non sei infelice; più infelice è chi offende Dio”.

Sappiamo poi quale programma aveva fatto S. Domenico Savio con queste generose parole: “La morte, ma non peccati!”.

Ha ragione S. Agostino quando dice: “I peccati veniali replicati, se si trascurano, uccidono l’anima”.

“Per negligenza il soffitto crolla e per l’inerzia delle mani piove in casa”, Qoelet 10,18.

Vediamo il peccato veniale alla luce dell’eternità.

Che cosa è mai? È un disordine che si commette col pensiero, con la parola, con l’azione o con l’omissione ma che non è così grave da farci cadere in disgrazia di Dio.

Attenzione... Costituisce un vero peccato il fatto che Dio comanda qualcosa e l’uomo si rifiuta di ubbidire.

Quindi non vi è altra differenza tra il peccato mortale ed il veniale.

Perché c’è sempre una indegna preferenza accordata alla volontà dell’uomo anziché a quella di Dio e perciò è una vera offesa che si fa a Dio.

Se lo confrontiamo col peccato grave, quello veniale è certamente cosa lieve, ma se lo consideriamo in sé stesso, è un affronto che racchiude una gravità infinita, perché offende una infinita maestà.

La nostra terra paragonata ad altri pianeti è piccola, ma guardata in sé stessa non è certo piccola.

I continenti di cui è composto il mondo, offrono un’estensione che sembra interminabile.

Dico questo perché bisognerebbe cambiare il nome al peccato veniale.

Al nostro orecchio, peccato veniale significa quasi cosa da nulla, peccato che non è peccato.

Eppure è una ingiuria che noi, impastati di ogni miseria, facciamo

* al Dio eterno che ha fatto i cieli e la terra,

* al Dio immenso che con una parola ci ha tratto dal nulla e con una parola, mentre l’offendiamo, potrebbe precipitarci nel nulla.

“Quale peccato oserà il peccatore chiamare piccolo?

Quando mai si dirà cosa da poco il disonorare Dio?” (S. Anselmo).

Consideriamo l’uomo con le sue miserie e Dio con la sua infinita perfezione e poi vedremo se il peccato veniale è cosa da poco.

I santi dicono che la colpa veniale è una ingiuria che si fa a Dio, mentre il peccato mortale è come un pugnale piantato nel cuore di Dio, per distruggerlo e ucciderlo.

E vi pare poco fare un’ingiuria a Gesù Cristo che ha sparso il suo sangue per noi?

“I peccati veniali sono come la lebbra e deturpano la nostra bellezza in modo da allontanarci dallo Sposo divino” (S. Agostino)

Mi ha sempre scioccato leggere nel Vangelo l’arroganza di quel servo che diede uno schiaffo a Gesù nel sinedrio dinanzi a Caifa

“Allora alcuni cominciarono a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Indovina». I servi intanto lo schiaffeggiavano”, Mc 14,65.

Apriamo le 24 ore della Passione di Luisa Piccarreta. 11^ ora.

Troviamo Gesù davanti a Caifa. E Caifa domanda ai testimoni quali sono i delitti di Gesù.

Luisa Piccarreta rivolgendosi a Gesù commenta:

“Avrebbe fatto meglio a domandare qual è il Tuo amore!

E chi Ti accusa di una cosa e chi di un’altra, spropositando e contraddicendosi tra loro.

E, come Ti accusano... i soldati che ti stanno accanto Ti tirano i capelli. Ti scaricano sul Volto santissimo orribili schiaffi, da far rimbombare tutta la sala. Ti torcono le labbra. Ti battono, e Tu taci, soffri.

E se li guardi. la luce dei tuoi occhi scende nei loro cuori. e non potendo sopportarla, si allontanando da Te, ma altri subentrano per fare di te maggiore scempio”.

Quanto più dovremmo invece piangere sulle nostre colpe veniali, che insultano amaramente il dolce nostro Signore.

Quel servo in casa di Caifa che ha schiaffeggiato Gesù non riconosceva in Gesù il figlio di Dio, mentre noi sappiamo che è il figlio di Dio... e l’offendiamo.

Si racconta che Maometto II, poiché due figli entrarono in un parco di caccia che si era riservato per se, decise di condannarli a morte.

Questa attenzione dovremmo averla anche noi verso il nostro Dio, non tanto per timore dei castighi, ma perché in quanto figli, non vogliamo disgustare un Padre che ci ama di un amore infinito.

Quando un re comanda qualcosa, ognuno si guarda bene dal dire: Va beh... non mi interessa quello che dice.

E perché noi offendiamo Dio con tanta facilità?

Si, Dio è buono, ma noi abusiamo della sua bontà.

Egli non fa come il re Assuero che degradò la regina Vasti, solo perché non volle andare al suo convito e la sostituì con Ester.

Egli ci perdona e noi continuiamo ad offenderlo.

“Non è cosa da poco offendere Dio anche leggermente”, S. Girolamo.

“Tu ben sai che una sola macchia in te è più schifosa che non una larghissima piaga in coloro che vivono nel mondo”, S. Gregorio Nazianzeno.

“Non disprezzare i tuoi difetti perché sono piccoli, temi perché sono molti; poiché il numero delle tue colpe potrà recarti quella rovina, che ora non ti causa il loro peso”, S. Agostino.

“Il Signore suole abbandonare i negligenti”, S. Agostino.

L’anima in grazia di Dio, ma lavata nel sacramento della confessione è bella come la luce dell’aurora, candida come il giglio, tersa come un cristallo.

Ma il peccato veniale offusca questa bellezza di cui sfavilla, come quelle nubi che scolorano gli splendori del sole e rendono il giorno languido, pallido, quasi malato.

L’anima in grazia di Dio è come una principessa vestita a nozze, adorna di perle e di diamanti, pronta per diventare la sposa di Gesù.

Ora... il peccato veniale imbratta questa magnifica veste nuziale, macchia il volto della sposa, come se fosse colpita dal vaiolo e la rende meno bella, meno gradita all’amante celeste.

Prendiamo la bilancia della fede.

Poniamo da un lato le lacrime tutte della povera umanità, tutti i tormenti atroci dei martiri, le austerità, i travagli, i dolori e la carità di tutti i Santi, tutte le opere buone fatte.

Se dall’altro lato, collochiamo un solo peccato veniale la bilancia trabocca da questa parte e rimane sempre piegata, finché non uniremo una goccia del sangue di Cristo.

Cosa voglio dire?

Attenzione! Il peccato veniale è un’offesa di una maestà infinita e per ripararlo ci vuole un risarcimento di valore infinito.

Solo Gesù Cristo può riparare degnamente l’offesa recata a Dio col peccato veniale, che noi riteniamo cosa da poco.

Né Maria Santissima, né gli Angeli, né i Santi lo potrebbero fare.

Dovremmo sentirci confusi e vergognarci per la facilità con cui siamo pronti a disprezzare e disonorare Dio in cose che noi riteniamo di poco conto.

“Voi mi avete disonorato presso il mio popolo per qualche manciata d’orzo e per un tozzo di pane...”, Ez 13,19b.

Così diceva il Signore delle false profetesse di Israele.

E forse noi l’offendiamo anche per cose da meno.

Per un puntiglio, per una curiosità, per appagare l’amor proprio, per difenderci da un rimprovero.

I teologi per farci comprendere la malizia del peccato veniale fanno ipotesi impossibili ad avverarsi, ma che dimostrano la grande verità che stiamo meditando.

Se con un peccato veniale si potessero spegnere le fiamme eterne dell’inferno e mandare tutti in paradiso, non sarebbe lecito commetterlo.

Se con un peccato veniale si potesse convertire tutto il mondo, non sarebbe lecito commetterlo.

Noi, dovremmo rinunziare alla salvezza di tante creature per non disgustare l’infinita maestà divina.

Sarebbe anche un male minore di un peccato veniale,

* se tutti gli uomini andassero perduti eternamente,

* se l’universo si riducesse in polvere.

E la ragione è sempre la medesima: l’offesa delle creature finite e limitate, non ha paragone con l’offesa recata a Dio, bontà infinita.

Caro Gesù quando finiremo di persuaderci che peccando anche venialmente contro di te, commettiamo un gran male?

“Nessuno dica in cuor suo: queste sono cose da poco, non mi curo di correggerle, non è poi gran male se dormo in tali colpe veniali ed in tali peccati minuscoli.

Nessuno dica così per carità, perché questa è impenitenza, o dilettissimi, questa è una bestemmia contro lo Spirito Santo”, S. Bernardo.

Quando ameremo talmente la tua gloria da anteporla a tutte le cose miserabili del tempo?

“Se amassimo davvero Gesù Cristo, stimeremmo certamente una sua offesa più grave dell’inferno”, S. Giovanni Crisostomo.