Il Purgatorio - parte dodicesima- CELLULE PARROCCHIALI DI EVANGELIZZAZIONE Gruppi Cellule-Oikos p. S.O. - Palermo Arcidiocesi di Palermo

Il Purgatorio - parte dodicesima

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30 agosto 2020

Il peccato mortale è un peccato con il quale l’uomo rompe la comunione con Dio. È detto mortale perché porta l’anima del peccatore in uno stato di “morte spirituale” e la rende degna dell’inferno.

È una violazione grave della legge di Dio, commessa con piena consapevolezza e con deliberato consenso.

Perché il peccato sia mortale occorrono tutte e tre queste cose:

materia grave (es. un omicidio, un adulterio, fornicazione ecc.);

piena avvertenza (se la persona è consapevole della malizia del suo atto)

e deliberato consenso (se la persona vuole commettere un atto malvagio senza che vi sia costretta).

Il peccato si dice veniale perché offende Dio in modo leggero e non ci toglie la sua grazia, ci procura il Purgatorio, ma ci dona la speranza del Paradiso, dopo aver scontata la pena del peccato stesso.

La scienza moderna ha indagato arditamente le cause delle malattie contagiose e ha scoperto che hanno origine non solo dai microbi, ma da virus, entità invisibili che entrano nel corpo umano e lo distruggono.

È il caso del Coronavirus. A seguito di un contagio, si manifestano sintomi come la febbre, tosse secca, spossatezza ed in breve tempo si potrebbe discendere nella tomba.

Il peccato veniale è il virus dell’anima e se non si vince in tempo, la disporrà al peccato mortale.

Se gli angeli potessero piangere, verserebbero lacrime amare al vedere l’uomo offendere con tanta facilità il figlio di Dio, Gesù, che per amore, si lasciò inchiodare sulla Croce.

Il demonio è astuto e malvagio, non ci tenta subito col peccato mortale, perché noi opporremmo resistenza con orrore. Cerca di farci cadere in colpe veniali, sempre più gravi e così ci indebolisce e ci snerva a poco a poco.

Quando siamo svogliati, superficiali nelle pratiche religiose e lontani dalla preghiera, ci indeboliamo.

Il nemico allora ci assale improvvisamente e ci fa precipitare in colpa grave.

Il Vangelo ci fa sapere che Giuda Iscariota era un ladro.

Svuotava sistematicamente la povera cassa degli apostoli.

Siamo a Betania in casa di Marta, Maria e Lazzaro.

Quando Giuda vide Maria cospargere i piedi di Gesù con un profumo prezioso, disse: «…“Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello he vi mettevano dentro”, Gv 12,4-6.

L’infelice si era abituato ai piccoli furti. L’amore al Maestro si andava raffreddando gradualmente.

Sempre meno si curava di Gesù e sempre più dei suoi interessi, fino al punto che non gli importava più nulla né dei poveri né di onorare Cristo.

I peccati di furto indebolirono tanto il cuore di Giuda fino al punto di vendere il maestro per trenta denari.

Chi si abitua al peccato veniale, perde l’orrore della colpa, indurisce l’anima e alla fine precipita nell’abisso del peccato mortale, quasi senza accorgersene.

Lo spirito maligno domanda prima una cosa di poco conto, poi qualche cosa più rilevante, e cosi via fino a chiedere una grave trasgressione della legge di Dio.

Il perfido tentatore domanda poco per ottenere molto.

Chiede il peccato veniale e poi passa al mortale. Guai a noi se gli diamo ascolto.

Non si diventa grandi in un giorno e neppure si diventa cattivi tutto ad un tratto.

Santa Brigida in un’estasi vide fra le anime una fanciulla, che scontava delle vanità.

Il suo capo, che aveva tanto curato, era divorato all’interno ed all’esterno da fiamme con ardore cocente.

Le spalle e le braccia, che aveva amato portare denudate, erano strette da catene roventi. I piedi, così agili nella danza, erano avvinghiati e morsi da vipere.

Tutte le membra, che in vita aveva ornato di gioielli ed aveva profumato, erano torturate da spaventevoli pene e andava gridando:

“Madre mia, madre mia, quanto sei colpevole verso di me!

La tua soverchia indulgenza, peggiore dell’odio più atroce, mi ha fatto precipitare in questi tormenti...!

Mi liberai dall’inferno, perché nelle ore di agonia, mi ricordai della Passione del Redentore ed emisi un atto di contrizione perfetto, promettendo, se avessi avuto tempo, di riparare con la penitenza le mie colpe”.

Santa Brigida raccontò l’apparizione ad una cugina della defunta e l’impressione da questa riportata fu tale che si ritirò in un monastero a fare penitenza e vi morì santamente.

Cantico dei Cantici 2,15: “Prendeteci le volpi, le volpi piccoline che guastano le vigne” (i peccati veniali che guastano le anime).

E perciò S. Gregorio Magno dice che, sotto un certo aspetto vi è maggior pericolo nelle piccole colpe che nelle grandi.

Perché le grandi colpe sono evitate, mentre le colpe piccole meno si conoscono e meno si sfuggono, e non facendone conto, si replicano e si continua a farle e l’uomo si adagia in esse, senza mai decidere con grinta di scacciarle e liberarsene.

E perciò da piccole diventano grandi.

S. Giovanni Grisostomo va più in là ed osa dire che alle volte dobbiamo badare più alle piccole colpe che alle grandi, perché le gravi già di per sé recano un certo orrore che induce a odiarle e a fuggire.

Ma le altre, per il fatto che sono piccole, ci tengono negligenti e siccome le valutiamo poco, non pensiamo di uscirne e così ci vengono a recare gran danno.

Chi ha veramente cura della salute, bada bene a curare i primi sintomi delle malattie, le indisposizioni anche leggere, per timore che peggiorino.

Così dobbiamo fare noi.

Bada ai primi sintomi, perché la medicina è inutile quando il male - per la tua trascuratezza - ha invaso il tuo corpo.

Ed un’anima vista dalla venerabile Suor Anna dell’Incarnazione, morta in concetto di santità, fu veramente dannata per difetti leggeri che nel tempo la portarono a colpe gravi.

Chi vuole fare un cammino di fede per crescere nell’intimità con Dio deve assolutamente muovere guerra spietata per distruggere i difetti e le colpe anche leggere.

L’anima che sta attaccata alle creature con affezioncelle, non può volare liberamente per ricevere l’abbraccio di Dio.

Che importa all’uccellino se è legato con un filo sottile o con una grossa corda, se poi non può volare.

La rosa è fragrante e ci attira coni suoi colori brillanti alla luce del sole.

Ma se ha una foglia avvizzita, perde molto del suo pregio.

Se un vestito di seta, ricamato da mano esperta, riceve una macchia, nessuno lo vestirà più.

Deve essere tutto puro, immacolato senza alcun neo.

La Beata Maria Villani, mentre pregava per le anime del Purgatorio, fu condotta in spirito nel luogo delle loro pene e vide una donna tormentata più delle altre anime.

La interrogò sul perché di tanto soffrire:

“Sconto - rispose l’anima - le mie vanità ed il lusso scandaloso.

Le mie pene non hanno sollievo, avendo il Signore permesso nella Sua giustizia che io fossi completamente dimenticata dai miei parenti, perché quando io ero in vita ero dedita alle vanità del mondo, alle feste ed ai piaceri ed assai raramente pensavo a Dio.

Per questo io ora sono dimenticata”

Dio è la santità stessa che scorge imperfezioni anche negli angeli e vuole che le anime cerchino di acquistare la purezza di coscienza, chi dunque accetta i suoi difetti, chi si adagia mollemente nelle sue imperfezioni, chi ripete sempre le stesse colpe e non si cura di correggersi, non speri di arrivare alla perfezione, di essere ammesso nell’intimità dell’amore divino.

Perché Dio si comunichi intimamente all’anima, occorre che essa sia vuota di ogni affetto terreno e spoglia di ogni attaccamento alle creature.

Se il nostro cuore è lordo di fango, se ama le cose passeggere della terra, non può ricevere la luce di Dio e non può essere riempito del profumo della sua grazia.

Qoelet 10: “Una mosca morta guasta l’unguento del profumiere”.

S. Tommaso dice: “È scritto della Sapienza che niente di macchiato si trova in essa: Ora l’anima si macchia appunto col peccato, da cui può purificarsi però con la penitenza.

Ma spesso accade che una penitenza completa e piena non si fa sulla terra. Ed allora si passa all’eternità portando debiti con la Divina Giustizia:

* poiché non sempre si accusano e detestano tutti i peccati veniali;

* né sempre nella confessione rimane del tutto scancellata la pena dovuta al peccato grave o veniale che sia.

Ed allora queste anime non meritano l’inferno; né possono entrare in cielo: è necessario che vi sia un luogo di espiazione, e quella espiazione si fa con pene, più o meno intense, più o meno lunghe”.

Un religioso di nome Stefano venne trasportato in Spirito al tribunale di Dio.

Egli sta in agonia sul suo letto di morte, quando improvvisamente si turba e risponde ad un interlocutore invisibile.

I suoi confratelli che circondavano il letto, ascoltavano con terrore queste sue risposte:

“- Ho fatto, è vero, la tale azione, ma m’imposi pure tanti anni di digiuno.

- Io non nego quel fatto, ma l’ho pianto per tanti anni.

- Ancor questo è vero, ma in espiazione ho servito il mio prossimo per tre anni continui”.

Quindi dopo un momento di silenzio, esclamò:

“- Ah su questo punto ho nulla da rispondere; voi mi accusate a giusto titolo, e non ho altro per mia difesa che raccomandarmi alla misericordia infinita di Dio”.

S. Giovanni Climaco, che riferisce questo fatto (di cui fu testimonio oculare) ci fa sapere che quel religioso aveva vissuto 40 anni nel suo Monastero, che aveva il dono delle lingue e molti altri grandi privilegi, che avanzava di gran lunga gli altri monaci per la esemplarità della sua vita e per i rigori delle sue penitenze.

E conclude con queste parole:

“- Me infelice! Che cosa mai diverrò e quale cosa potrò sperare io così meschino, se il figlio del deserto e della penitenza si trovava privo di difesa dinanzi a poche colpe leggere?