Il Purgatorio - parte 36^- CELLULE PARROCCHIALI DI EVANGELIZZAZIONE Gruppi Cellule-Oikos p. S.O. - Palermo Arcidiocesi di Palermo

Il Purgatorio - parte 36^

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22 luglio 2021

 

Come riparare i nostri peccati e fare meno Purgatorio?

Con la preghiera, la penitenza, la mortificazione, le rinunzie, i sacrifici, sopportando le prove, le afflizioni, le prepotenze degli altri.

Ricordo che tanti anni fa, ho letto la vita di S. Giovanni della Croce. Mi ha colpito lo schiaffo tremendo che un confratello all’improvviso gli da’… e lui non reagisce.

Mi sono chiesto: perché tanti credenti - lasciando questo mondo - non vanno direttamente in Paradiso, ma fanno un soggiorno più o meno lungo in Purgatorio?

In Paradiso non si può entrare con atteggiamenti carnali. Attitudini ad arrabbiarsi, a giudicare, a lamentarsi, a mormorare.

In Paradiso c’è l’unione con Dio. Questa unione la possiamo realizzare in qualche modo su questa terra, purificando la nostra anima con la penitenza e l’autocontrollo.

Se non facciamo questo, finiremo a capofitto in questo luogo di purificazione, chiamato Purgatorio.

Il Purgatorio è un luogo di estrema sofferenza e di grandi tormenti dove non c’è la visione di Dio.

E tutto questo ci deve motivare a fare il Purgatorio in questo mondo.

Dobbiamo evitare a qualunque costo il fosso della mediocrità, svuotarci del nostro “io” egoistico, riempirci di Dio e giungere su questa terra all’intimità, all’unione con Dio.

Il cammino da fare non è facile, perché non tutti sono disposti a neutralizzare l’io carnale, per uscire dalla mediocrità.

Ma una vita secondo la carne non vale la pena di essere vissuta.

Peraltro se non facciamo sulla terra quest’opera di purificazione totale, dovremo farla in Purgatorio.

E tutti abbiamo capito che è meglio soffrire qui, che in Purgatorio.

Combattendo il nostro io carnale, possiamo raggiungere l’unione intima con Dio.

Un cristiano che cammina secondo la carne, vive come un estraneo. Anche se pratica la Chiesa e un cammino di fede.

Un vero cristiano deve sentire bruciante il desiderio di avvicinarsi a Dio, sino al punto di vivere una vita intima con lui.

È possibile realizzare già in questo mondo l’unione con Dio?

Gesù dice: “Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre, che mi ha mandato”.

Se Dio attira, l’uomo non deve impedirlo e deve cercare Dio.

“Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?”, Salmo 41,2-3.

Ascoltate queste parole di S. Bernardo:

“Noi ti gustiamo Tu pane vivente e bramiamo banchettare ancora di Te: noi Ti beviamo e siamo assetati di riempire le nostre anime di Te”.

Un vero cristiano deve fare un cammino di fede.

Stiamo combattendo le nostri attitudini carnali per unirci a Gesù? In che misura viviamo uniti a lui?

S. Paolo dice: “Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo”, Filippesi 3,8.

Noi abbiamo bisogno di Dio e vogliamo stare con lui... Solo lui. Le altre cose non ci servono.

Se vogliamo attivare una intimità sempre crescente con Dio, dobbiamo liberarci di ciò che ci allontana da lui e la nostra vita non deve essere influenzata dai modelli del mondo.

La parola dice che: “Lo Spirito del Signore riempie il mondo”, Prov 75,3. Ma l’uomo vive sulla terra lontano dalla sua presenza.

Come sperimentare la presenza di Dio nella nostra vita?

Lo sposo dice: “O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro”, CdC 2,14.

Questa chiamata è anche per noi, ma noi continuiamo a stare lontani.

C’è un velo nei nostri cuori, un velo che nasconde la faccia di Dio.

È il velo della nostra natura carnale: la tendenza a non perdonare, ad arrabbiarsi, a lamentarsi, a giudicare, a criticare, ecc.

Noi dobbiamo togliere il velo della carne, per sperimentare intimamente Dio già su questa terra e camminare verso di lui.

“Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra”, Salmo 15,11.

Il cristiano cammina verso l’intimità divina se decide di uscire da se stesso e dai modelli del mondo e si mette con ardore alla ricerca di Dio vivo e presente in lui.

Man mano che la creatura si spoglia della sua volontà e si riveste della volontà divina si avvia per raggiungere la dolce e intima unione con Dio.

Allora si realizza la promessa di Gesù:

«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui», Gv 14,23.

Perché mai nel mondo si dovrebbe essere cristiani a metà?

Dio è Padre di tutti e desidera che tutti vivano con lui da veri figli.

E come si può essere veri figli di Dio se non si tende all’intimità con lui?

Per tendere all’intimità con lui, si devono usare due mezzi adatti: l’orazione e la mortificazione.

La mortificazione, detta anche abnegazione, rinuncia, sacrificio, libera la capacità di amare da ogni ostacolo che potrebbe ritardare lo slancio verso Dio.

S. Vincenzo De’ Paoli dava questi insegnamenti ai suoi figli spirituali: “La mortificazione interna è certamente la più nobile e la più necessaria; ma, se essa è l’anima della pietà, pure non può fare a meno della mortificazione esterna, senza le quali sarebbe un’anima priva di corpo.

Chi fa poco conto delle mortificazioni esteriori, dicendo che le interiori sono le più perfette, chiaramente dà prova che non è per niente mortificato, né esteriormente né internamente”.

L’orazione poi, che consiste essenzialmente in un colloquio affettuoso con Dio, accende l’amore divino.

Dice Santa Teresa: “Liberato il cuore da tutto ciò che non è buono, la persona è subito rapita dall’amore di Dio”.

Sì, perché’ la persona non può vivere senza amare:

o ama Dio o ama le creature.

Insomma, bisogna lasciare tutto per acquistare il tutto.

Santa Teresa finché conservò un certo affetto, benché pudico, per un suo parente, non era tutta di Dio.

Quando si fece coraggio e se ne liberò, sentì Cristo che le disse: “Ora Teresa, sei tutta mia e Io tutto tuo”.

Dice il profeta Geremia: “Il Signore è buono con chi spera in lui, con tutti quelli che lo cercano”, Lam 3,25.

L’unica nostra preoccupazione deve essere quella cercare Dio per amarlo, piacere a lui in tutto, cacciando dal cuore tutto ciò che può impedirci di amarlo.

Beato chi può dire: “Gesù mio, per amor tuo ho lasciato tutto. Tu sei il mio unico amore. Tu solo mi basti”.

“Quando una casa va a fuoco - diceva S. Francesco di Sales - si butta tutto dalla finestra”.

Così quando una persona si da’ a Dio non ha bisogno di prediche: da sé stessa si svincola da ogni affetto di terra.

Scrive S. Francesco di Sales: “Il puro amore di Dio consuma tutto ciò che non è Dio per trasformarlo in amore per Dio. Tutto ciò che si fa per amore di Dio è amore!”.

All’ubriaco si appannano i sensi: non vede, non sente, balbetta...

Proprio così diventa una persona inebriata dell’amore di Dio: perde ogni interesse per le cose del mondo.

Non pensa ad altro che a Dio.

Non parla d’altro che di Dio, non fa altro che amare e piacere a Dio.

Chi vuole essere tutto di Dio, deve vivere distaccato dalla sua volontà.

“Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso»”, Mt 16,24.

Ecco dunque il segreto per crescere nella perfezione:

vivere non secondo la propria volontà ma secondo la volontà di Dio.

“Non seguire le passioni; metti un freno ai tuoi desideri”, Siracide 18,30.

E questo è il dono più grande - diceva S. Francesco d’Assisi - che si possa ricevere da Dio: vincere sé stesso, rinnegando la propria volontà”.

Scrive S. Bernardo che se tutti gli uomini contrastassero la propria volontà, nessuno si dannerebbe.

“La propria volontà - continua S. Bernardo - è capace di rendere cattive anche le opere buone”.

Sempre S. Bernardo scrive che molte persone vivono turbate, nervose, perché non possono fare la propria volontà.

Dio ci vuole completamente liberi per poterci unire a sé e riempirci del suo amore.

Scrive S. Teresa d’Avila: “È certo che quanto più ci staccheremo dalle creature per amore di Dio, tanto più egli ci riempirà di sé e ci unirà a lui”.

Molte persone praticanti vorrebbero giungere all’unione con Dio, ma non vorrebbero le avversità, le tribolazioni, le tempeste della vita.

Ascoltiamo Santa Caterina da Genova.

“Per giungere all’unione con Dio sono necessarie le avversità che Dio ci manda per distruggere in noi tutti i cattivi movimenti sia interni che esterni...

Finché le avversità ci sembreranno ancora amare e non soavi per Dio, non giungeremo mai alla perfetta unione con Dio”.

Cosa bisogna fare per darsi tutto a Dio?

1. Fuggire ogni cosa che dispiace a Dio e fare solo ciò che gli è più gradito.

2. Accettare, senza eccezione, tutto ciò che viene dalle sue mani, per quanto possa essere difficoltoso e doloroso.

3. Preferire in ogni cosa la volontà di Dio alla nostra.

Questo significa esser veramente tutto di Dio!