Il Purgatorio - parte 33^- CELLULE PARROCCHIALI DI EVANGELIZZAZIONE Gruppi Cellule-Oikos p. S.O. - Palermo Arcidiocesi di Palermo

Il Purgatorio - parte 33^

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1 luglio 2021

 

La penitenza deve comprendere tutte le facoltà dell’uomo.

Deve estendersi agli atti ed ai tempi tutti della vita, sia esteriore ma, soprattutto, interiore.

“La penitenza richiede - secondo S. Giovanni Crisostomo - la contrizione del cuore, la confessione della bocca, l’umiltà delle opere”.

Senza la penitenza dell’anima a nulla vale quella del corpo.

S. Clemente, discepolo e successore di S. Pietro, assicura che tanto profondo dolore ebbe questo apostolo della sua caduta, che ne fece penitenza tutta la sua vita, ed ogni notte, al canto del gallo, si prostrava a terra e la bagnava di lacrime (Storia eccles.).

“Quelli - dice S. Gregorio - che hanno veramente l’animo alla pratica delle mortificazioni, le cercano con quell’ardore con cui un lavoratore delle miniere scava nel terreno per trovarvi il tesoro: più si accostano alla fine della loro opera e più vi mettono d’impegno”.

Il cristiano, che vuole godere la gioia di una buona coscienza, trova facile e dolce la penitenza.

La penitenza deve cominciare con la vita e finire con essa.

S. Francesco Saverio, sebbene oppresso da penosissimi dolori, pregava con trasporto, dicendo: “Ancora, Signore, ancora di più”, e all’isola in cui aveva patito le più gravi tribolazioni volle mettere il nome di “Isola delle consolazioni”.

S. Teresa di Gesù è nota anche per quel suo grido:

“O patire o morire!”.

S. Paolo esclama:

2Cor 7,4: “Sono molto franco con voi e ho molto da vantarmi di voi. Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione”.

Scriveva il Papa S. Giovanni 23°: “La prima penitenza esteriore che tutti dobbiamo fare è quella di accettare da Dio con animo rassegnato e fiducioso tutti i dolori e le sofferenze che incontriamo nella vita, e tutto ciò che importa fatica e molestia nell’adempimento esatto degli obblighi del nostro stato e dell’esercizio delle virtù’ cristiane”.

Diceva S. Ambrogio: “Mi accade più facilmente trovare persone che hanno conservato la loro innocenza, che non peccatori i quali abbiano fatto una penitenza proporzionata alle loro colpe”.

Il non fare penitenza trascina poi a maggiori colpe, secondo il detto di S. Gregorio:

“Il peccato non distrutto con la penitenza, trae ben presto col suo proprio peso ad altro peccato”.

La penitenza è un freno.

Chi lo trascura viene a poco a poco trasportato là dove vuole il demonio, il mondo, la carne.

Come si comportano coloro che si sottraggono alla penitenza, che fuggono la mortificazione?

Essi vanno di eccesso in eccesso, di abisso in abisso.

Percorrono nelle loro cadute tutti i gradi del vizio e dell’infelicità, senza fermarsi in nessuno. Non si arresteranno che all’inferno.

La sentenza è già stata pronunziata da Dio:

• per bocca di Giovanni Battista:

Mt. 3,10: “Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco”.

• E da Gesù Cristo stesso che disse:

Lc 13,5: «No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Il peccato non può rimanere senza castigo.

Se il peccatore non lo punisce egli stesso con la penitenza, lo punirà Dio con le tribolazioni o con la morte eterna.

Chi vuol fare una buona e sincera penitenza:

• deve ricordarsi degli errori del passato;

• deve temere per i peccati che ha commesso;

• non deve lasciarsi influenzare dai modelli del mondo;

• deve pregare e volgere la mente al cielo;

• deve umiliarsi;

• deve meditare sulla passione e morte di Gesù Cristo;

• deve pensare al giudizio particolare.

La penitenza quindi può indicare un cammino di conversione.

La conversione avviene dentro di noi.

Quella che si limita alle apparenze esteriori non è vera conversione.

La penitenza interiore:

• è un radicale riordinamento di tutta la vita,

• è un ritorno a Dio, un orientamento a Dio con tutto il cuore,

• è una rottura col peccato, un’avversione per il male,

• è detestare le cattive azioni commesse.

Al contempo essa comporta la decisione di cambiare vita con la speranza della misericordia di Dio e la fiducia nell’aiuto della sua grazia (catechismo 1431).

La conversione è ovviamente opera della grazia di Dio che fa ritornare a lui i nostri cuori:

“Facci ritornare a te, Signore e noi ritorneremo”, Lamentazioni 5,21.

I maestri di vita spirituale parlano di tappe graduali nel cammino di purificazione e santità di vita.

• La prima tappa è quella che porta a un vero ravvedimento, con un cambiamento di mentalità e di stile di vita.

È la tappa della conversione, dopo una vita lontana da Dio, ti avvicini a lui e incominci una vita nuova.

S. Caterina da Genova dice: “Noi in questa vita sperimentiamo la tappa del peccato mortale che è già l’inizio dell’inferno.

• La tappa successiva, lunga e faticosa, è quella della purificazione, nella quale bisogna combattere le passioni e cambiare le attitudini carnali del carattere.

Una fase difficile: cadiamo e ricadiamo, ci confessiamo, ci rialziamo, chiediamo aiuto a Dio per andare avanti.

Ma quanti portano a termine nella vita la tappa della purificazione?

La purificazione avviene se permettiamo allo Spirito Santo di bruciare in noi le attitudini carnali del nostro carattere: la tendenza a giudicare, a mormorare, a lamentarci, ad arrabbiarci ... e altro, per liberarci dal nostro egoismo radicale.

Ecco perché occorre un cammino di fede alla luce della parola di Dio, per dire sempre “No” al nostro egoismo e dire sempre “Sì” alla volontà di Dio.

Poi c’è l’ultima tappa dell’unione con Dio, dell’intima amicizia con Dio.

La conversione nasce dal cuore ma non rimane chiusa nell’intimo dell’uomo, si manifesta con opere esterne.

S. Antonio di Padova (Sermone Domenica di Pentecoste) parlando sulla “Disciplina della mortificazione”, dice che ci sono 10 modi diversi per dedicarsi a qualche esercizio penitenziale e di mortificazione:

1. La rinuncia alla propria volontà.

2. L’astinenza dal cibo e dalla bevanda.

3. La rigorosità del silenzio.

4. Le veglie di preghiera durante la notte.

5. L’effusione delle lacrime.

6. Il dedicare un congruo tempo alla lettura (Consiglierei Le 24 ore della Passione - Luisa Piccarreta).

7. Il disprezzo di sé stessi.

8. Darsi da fare, con fatica del corpo.

9. La generosa partecipazione alle necessità del prossimo.

10. Il vestire dimessamente.

In relazione a questi due ultimi esercizi penitenziali vorrei citare due Sante: Santa Gianna Beretta Molla e Madre Teresa di Calcutta.

Santa Gianna Beretta Molla. Pediatra morta nel 1962. Scelse di morire a causa di un tumore all’utero, per non uccidere la quarta figlia che portava in grembo.

Oggetto di grande amore e venerazione, venne canonizzata nel 2004 dal Papa S. Giovanni Paolo II.

Tutti noi conosciamo Madre Teresa di Calcutta.

Poche persone possono poi eguagliare il suo esempio di carità e totale devozione a Dio e agli uomini.

Madre Teresa trascorse tutta la propria esistenza dedicandosi agli ultimi tra gli ultimi, sacrificando ogni cosa al benessere di chi sembrava essere stato dimenticato da tutti.

Una piccola donna, una piccola suora, che col suo immenso cuore, con la sua misericordia sconfinata, ha saputo parlare ai cuori dei potenti, rivendicando il diritto alla salute e alla felicità di chi era stato privato di tutto, costringendo il mondo a ricordarsi dei suoi figli più sfortunati.

Attenzione!

Non è tanto la penitenza in sé, quanto le disposizioni d’amore con cui viene praticata che la rendono gradita a Dio.

L’anima, consapevole che i propri peccati la separano da Dio, sente il bisogno di tornare a Dio, di convertirsi, di espiare i propri peccati, di purificarsi.

La conversione avviene dentro di noi, quella che si limita alle apparenze esteriori non è vera conversione.

La conversione nasce dal cuore, ma non rimane chiusa nell’intimo dell’uomo.

Si manifesta con opere esterne, azioni virtuose con cui si manifesta il pentimento per l’offesa recata a Dio e si cerca di eliminare questo disordine.

“Quando comincia a dispiacerti ciò che hai fatto, allora cominciano le tue opere buone, perché condanni le tue opere cattive”, S. Agostino, in Evangelium Johannis tractatus.

In altre parole si fa vera penitenza:

quando la volontà si distacca interiormente dal peccato;

e si dispone a riparare l’offesa fatta a Dio.