Il Purgatorio - parte 32^- CELLULE PARROCCHIALI DI EVANGELIZZAZIONE Gruppi Cellule-Oikos p. S.O. - Palermo Arcidiocesi di Palermo

Il Purgatorio - parte 32^

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24 giugno 2021

 

Fare penitenza significa cambiare vita, convertirsi.

Il Vangelo narra che “In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: «convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Fate dunque frutti degni di conversione”, Mt 3,1-2.8.

Gesù Cristo poi confermò la predicazione di Giovanni dicendo chiaramente: “No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”, Lc 13,5.

Gesù affermò ancora di essere venuto a chiamare i peccatori a penitenza: “Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi”, Lc 5,32.

A conferma di queste parole, S. Ambrogio osserva che se la grazia dipende dalla penitenza, chi ricusa di fare penitenza, rinunzia alla grazia.

S. Pietro rimprovera i giudei, che avevano crocifisso il Figlio di Dio, Gesù Cristo.

E parecchi di loro, toccati dal pentimento, gli domandarono che cosa dovevano fare.

Ed Egli a loro: “Fate penitenza” (Atti 2,38).

S. Paolo dichiara di fare penitenza.

“…anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato”, 1Cor 9,27.

Quello poi che Paolo faceva, raccomandava anche agli altri:

“Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria”, Col 3,5.

S. Gregorio osserva che Dio non lascia mai impunito il delitto.

O il peccatore si punisce da sé stesso con la penitenza, ovvero Dio entrando con lui in giudizio, lo percuote.

Geremia 3,22: «Ritornate, figli traviati, io risanerò le vostre ribellioni». «Ecco, noi veniamo a te perché tu sei il signore nostro Dio».

Sia sempre nel nostro cuore quella scrittura:

“Se noi non facciamo penitenza, cadiamo nelle mani del Signore, non in quelle degli uomini”, Siracide 2,22.

Gesù Cristo, dalla sua nascita in una stalla fino alla sua morte in Croce, ha sofferto per espiare i peccati del mondo...

Gli apostoli annunziano la penitenza.

E la loro vita è una continua mortificazione della carne, una penitenza quotidiana...

I santi di tutti i secoli hanno fatto penitenza.

Alla parola di Giona che predicava la penitenza, i niniviti furono così compunti di dolore per i loro misfatti, che tutti quanti, dal re all’ultimo plebeo, fecero penitenza, (Giona 3).

“Le lacrime dei penitenti sono il vino degli Angeli” dice S. Bernardo (Serm, iii in Cant.).

E brucia i demoni più una lacrima di penitenza, dice S. Anselmo, che non il fuoco (Monolog.).

Sul fatto di Pietro che, dopo aver rinnegato il Maestro, piange amaramente, S. Ambrogio ha le seguenti parole:

“Le lacrime della penitenza lavano i peccati.

Le lacrime del pentimento non implorano, ma meritano il perdono.

E ben lo sai tu, o Pietro, il quale prima di piangere sei caduto, appena hai pianto ti sei rialzato”.

S. Giovanni Crisostomo dice: “La penitenza è il rimedio più efficace che possiamo avere per medicare le nostre ferite; essa guarisce così radicalmente e fa sparire le ulceri dell’anima per modo che non ne lascia né cicatrice né traccia; cosa impossibile nelle ferite del corpo”.

S. Isidoro scrive: “La penitenza è il balsamo alle ferite, àncora di salvezza; per lei si provoca la misericordia di Dio; per lei si reprime e si castiga la carne corrotta”.

Tertulliano esorta il peccatore a impadronirsi della penitenza, ad abbracciarla, ad aggrapparvisi, come naufrago a una tavola di salvezza.

Essa lo trarrà fuori dalle onde pericolose del peccato, e lo condurrà al porto della Divina clemenza.

La penitenza ripara tuti gli errori, tutte le mancanze della vita.

Placa Dio e se lo rende propizio, toglie gli scandali, muta lo spirito e il cuore, rinnova in una parola tutte le cose.

Geremia 18,8: “…ma se questo popolo, contro il quale avevo parlato, si converte dalla sua malvagità, io mi pento del male che avevo pensato di fargli”.

“Chi al mondo, ha peccato più di Paolo? - dice S. Pier Crisologo - chi, nella religione, mancò più gravemente di Pietro?

Ciò nonostante ecco che in virtù della penitenza meritarono l’uno e l’altro, non solamente di diventare Santi, ma altissimi maestri di santità”.

La penitenza ha tanta forza, che obbliga Dio non solamente a mostrarsi misericordioso col peccatore convertito e ad amarlo, ma anche a vegliare sopra di lui, a proteggerlo, a combattere in suo favore.

Di tale valore è, dice S. Girolamo, la penitenza, che restituisce al peccatore tutte le sue antiche virtù, e tutti i meriti, da lui acquistati prima di cadere (Epl.)

Questo è anche il sentimento di S. Tommaso e di tanti teologi.

Mediante la penitenza, chi ha peccato ritorna alla vita soprannaturale per godere di una più grande grazia; perché alle grazie antiche, aggiunge la grazia della resurrezione spirituale, che è la grazia delle grazie.

La penitenza cancella tutti i misfatti; placa la collera divina.

Trasforma gli schiavi di satana in amici di Dio; converte uomini ingiusti, empi, infedeli, colpevoli, in persone giuste, pie, fedeli, e sante.

La penitenza annulla la maledizione e la sostituisce la grazia.

Chiude l’inferno ed apre ai peccatori l’abbraccio di Dio.

Così parlano S. Giovanni Crisostomo, S. Ambrogio, S. Agostino, Tertulliano e altri padri e dottori.

S. Bernardo così scrive:

“La mortificazione mi corregge, la macerazione mi purifica. Noi abbiamo dato motivo di allegrezza agli Angeli, quando ci siamo abbracciati alla penitenza”.

S. Giovanni Crisostomo:

“Colui che, abilmente prudente, ha mostrato frutti di penitenza, ha potuto in poco tempo cancellare i misfatti di una lunga vita”.

Come deve essere la penitenza?

La penitenza deve essere forte e generosa.

“Chi semina poco - dice il grande apostolo - raccoglierà anche poco. Chi è largo nel seminare, mieterà anche largamente”, 2Cor 9,6.

“La larghezza del perdono che Dio concesse a Davide - nota S. Ambrogio - ben rivela quanto grande e generosa fosse la sua penitenza” (De poenit.).

La penitenza deve andare congiunta con l’umiltà e il timore di Dio...

Come una terra arida ed incolta non porta frutto, così senza umiltà, nessuno può fare penitenza vera.

La penitenza deve mortificare la carne: “Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria,

Scrive S. Paolo: “…poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete”, Rom 8,13.

“La sincera penitenza consiste - dice S. Gregorio - nel detestare i peccati commessi e nello schivarli per l’avvenire” (Homil.34 in Evang.).

Chi intende fare una vera penitenza, deve farla forte, affinché possa vincere e trionfare sulla carne e sulle voglie sue (S. Agostino - (De vera et fai. Poenit. c.8).

Se l’anima vuole camminare verso Dio, deve attendere a crocifiggere tutti i vizi della carne (Vit, Patr.)

Don Bosco era solito ripetere al suoi giovani e al suoi salesiani con convinzione , anzi quasi con un tono allegro e umilmente consapevole, questo semplice ma illuminante avviso: “Non si va in paradiso in carrozza!”.

È un proverbio questo, inteso ad evidenziare che nella vita per raggiungere gli scopi desiderati bisogna affrontare spesso difficoltà e sacrifici non indifferenti.

Anche Papa Francesco in una udienza generale del mese di marzo 1917, ha detto:

“... Aprirci la strada alla vita eterna gli è costato tutto il suo sangue e grazie a Lui siamo salvati”.

Ma questo non vuoi dire che Lui ha fatto tutto e noi non dobbiamo fare nulla, che lui è passato attraverso la Croce e noi “andiamo in Paradiso in carrozza”. Non è così.

In Matteo 11,12 troviamo il fondamento biblico sulla necessità della penitenza:

“Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono”.

Quanti avevano intimità col Signore e soprattutto i santi praticavano la penitenza.

Noi abbiamo difficoltà ad entrare in questa prospettiva.

Ma la penitenza è necessaria per riparare i nostri peccati.

S. Giuseppe Cafasso conduceva una vita di penitenza nascosta agli occhi dei più.

Dalle deposizioni al processo di beatificazione, sappiamo che, si accorse di qualcosa, la donna che gli lavava la biancheria macchiata di sangue.

“Come mai le camice sono sempre macchiate di sangue?” - disse un giorno - ha forse qualche piaga?”.

Il Santo avrebbe voluto tacere. Ma poi rispose schiettamente:

“Via, voi siete come mia madre. Vi dirò tutto, a patto però che non lo diciate a nessuno: Dovete sapere che noi preti portiamo una cintura con punte, detta “cilizio”. Ecco perché trovate delle macchie”.

“Ma deve far male, povero figlio mio!”, esclamò la donna.

“Sicuro che fa un po’ male, ma bisogna scontare í peccati, No?

“Che dice? - interruppe l’altra, sgomenta - se lei ha bisogno di far penitenza, che dobbiamo fare noi?”

“Voi lavorate sodo - rispose il Santo - e lavorare tutto il giorno è una bella penitenza...”.