Il Purgatorio - parte 30^- CELLULE PARROCCHIALI DI EVANGELIZZAZIONE Gruppi Cellule-Oikos p. S.O. - Palermo Arcidiocesi di Palermo

Il Purgatorio - parte 30^

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10 giugno 2021

 

Vogliamo riparare i peccati commessi in passato?

Sappiamo che al momento della morte, l’anima si separa dal corpo e si trova immediatamente alla presenza di nostro Signore Gesù Cristo per il giudizio particolare.

Se un’anima si trova in peccato mortale, viene immediatamente precipitata all’inferno (pena eterna).

Se invece un’anima si trova in grazia di Dio, possono verificarsi due casi:

1° caso: relativamente poco frequente, se la persona ha già interamente scontato sulla terra la pena dovuta per i suoi peccati, la sua anima viene immediatamente accolta in paradiso, nel grado di felicità e di beatitudine che ha meritato con le sue opere buone (si tratta di una felicità che da quaggiù non possiamo nemmeno concepire, tanto è grande e perfetta).

Il 2° caso, purtroppo molto più frequente, è che ad una persona morta in grazia di Dio rimanga da scontare:

• una certa pena, grande o piccola che sia, che non è riuscita a scontare per intero sulla terra,

• o anche alcune colpe veniali di cui non ha voluto pentirsi:

Ecco la necessità del Purgatorio.

In tal caso le anime vanno in Purgatorio, per essere purificate e rese perfette.

Per riparare le offese fatte a Dio con il peccato, occorre fare penitenza.

“Se non farete penitenza, perirete tutti”, Lc 13,5.

“Ogni peccato, piccolo o grande - scrive S. Agostino - non può restare impunito: o è punito dall’uomo che ne fa penitenza, o all’ultimo giudizio dal Signore”.

Possiamo ricordare alcuni grandi peccatori convertiti e diventati santi: S. Maria Maddalena, S. Agostino, S. Margherita da Cortona, S. Ignazio di Loyola, S. Camillo De Lellis…

Essi ci dimostrano che con la penitenza si ripara e si recupera tutto, fino alla santità più alta; e danno ragione a S. Cipriano che esclama: “O penitenza..., tutto quello che era legato, l’hai sciolto; quello che era chiuso l’hai aperto”.

La penitenza scioglie dalle catene dei debiti contratti per i peccati e apre i forzieri delle grazie più elette.

Quando S. Domenico Savio era gravemente ammalato, venne un giorno sottoposto a un salasso.

Prima di iniziare, il medico gli disse: “Voltati dall’altra parte, Domenico, così non vedrai scorrere il tuo sangue”.

“Oh no! - rispose il Santo - hanno forato le mani e i piedi di Gesù con grossi chiodi sulla croce ed Egli non ha detto nulla...”.

E Domenico soffrì senza un lamento i dieci piccoli tagli che gli vennero fatti.

Ecco la legge dell’amore: quando si ama veramente una persona, si vuol condividere tutte le sofferenze della persona amata. Non se ne può fare a meno.

Chi ama Gesù e medita le 24 ore della passione di NSGC di Luisa Piccarreta, culminata nella crudele crocifissione e morte, non può fare a meno di desiderare la partecipazione a tutto quel dolore voluto dall’amore.

In tanti santi, come S. Francesco di Assisi, S. Veronica Giuliani, S. Gemma Galgani, S. Pio da Pietrelcina, la penitenza è stata un’esigenza dell’amore.

Essi arrivarono al punto di non bramare altro che patire.

Ricordiamo S. Giovanni della Croce.

A Gesù che gli chiedeva che cosa volesse, rispose: “Patire ed essere disprezzato per te”.

S. Gabriele dell’Addolorata diceva che il suo paradiso erano i dolori della Madonna.

S. Massimiliano Maria Kolbe chiamava “caramelle” le croci e le tribolazioni.

S. Pio da Pietrelcina diceva che i suoi tremendi dolori erano “i gioielli dello sposo”.

Così ragiona chi ama.

La prima e più importante penitenza del cristiano è quella di compiere fedelmente e perfettamente i propri doveri quotidiani.

Fare altre penitenze, omettendo questa, significa badare al secondario trascurando il principale.

Il primo posto, ricordiamolo bene, tocca sempre al compimento esatto dei propri doveri.

Se c’è questo, la sostanza della nostra vita di penitenza è assicurata.

Il lamento accorato della Madonna di Fatima dovrebbe starci veramente a cuore: “Molte anime vanno all’inferno, perché non vi è chi preghi e si sacrifichi per loro”.

Giacinta, il fiorellino della Madonna di Fatima, fu la pastorella a cui maggiormente stettero a cuore quelle parole della Bella Signora.

Ella volle essere la vittima innocente.

E il soffrire per i peccatori fu la sua passione dolorosa fino alla morte.

Colpita dalla spagnola e dalla pleurite purulenta, con infezione progressiva, fu trasportata in ospedale, lontana da casa e fu sottoposta a un intervento chirurgico per l’asportazione di due costole senza essere addormentata... Povera bimba!

Eppure, fu eroicamente coraggiosa nel non perdere ogni occasione di sacrificio per i peccatori: cibi ripugnanti, sete, solitudine, immobilità nel letto, dolori brucianti...

Il suo celeste conforto era l’assistenza materna della Madonna.

E morì consumata da febbre e dolori, sola, sola sul cuore dell’Immacolata venuta dal cielo a prendere l’innocente vittima per i peccatori.

Quale esempio di penitenza eroica.

Vi parlerò ora di due Sante: S. Veronica Giuliani e Santa Francesca Romana che hanno sperimentato il Purgatorio, per essere sempre più motivati a riparare i nostri peccati qui sulla terra.

S. Veronica Giuliani parlava di “ore eterne”.

Lei sperimentava le pene del Purgatorio per un periodo di una, di tre o di cinque ore in vari momenti della sua vita, e diceva:

“Noi mortali non sappiamo che cosa sia il fuoco del Purgatorio.

Si chiama così per modo di dire: ma esso è tanto scottante, è tanto penetrante; è tanto potente che in un tratto ti distrugge, annienta e consuma. Ha un ardore così grande che in un baleno distruggerebbe il mondo tutto...

Pensate che pene e che tormento sia per quelle povere anime!

Sono nel fuoco come io stesso fuoco, sono incorporate in esso e nelle sue fiamme ardenti bruciano e si consumano senza pietà. La Divina Giustizia fa l’ufficio suo rettissimamente.

Nessuno può fuggire. Ivi si deve stare sino a che sia purgato ogni minimo neo”.

Santa Francesca Romana (1384-1440) descrive il Purgatorio come diviso in varie regioni:

Quella superiore, nella quale si trovano le anime che soffrono la pena del danno, che non possono vedere Dio, e pene sensibili meno gravi per colpe lievi.

Qui il Purgatorio consiste in un’infinita nostalgia di Dio e della sua beatificante visione.

Nel Purgatorio di mezzo soffrono quelle anime che hanno colpe più gravi da espiare.

La terza regione, quella più bassa, è molto più vicina all’inferno e piena di un fuoco che penetra le ossa e il midollo, fuoco che si distingue da quello dell’inferno solo per la sua opera purificatrice e santa.

Ciascuna di queste regioni sarebbe a sua volta divisa in varie zone in base alle colpe e alle pene.

Sto parlando di S. Francesca Romana, perché’ secondo lei Dio accoglie effettivamente le intenzioni di coloro che offrono preghiere o opere di riparazione o di penitenza a beneficio di una determinata anima, a meno che non ci siano particolari motivi, per cui queste opere o preghiere non le giovino (ad esempio, se una persona non ha mai avuto stima della Santa Messa o ha trascurato di seguirla o di ascoltarla nei giorni di festa, non fruisce dei meriti del Santo Sacrificio offerto per lei).

Chi soffre di più nel Purgatorio?

- Chi in vita ha avuto più grazie e non ha corrisposto bene.

E perché?

- perché - dice Gesù - molto sarà richiesto a chi molto è stato dato.

Abbiamo parlato a lungo del Purgatorio per comprendere che è un soggiorno da evitare il più possibile.

Come evitare il Purgatorio?

Riparando i peccati commessi in passato.

Strada facendo, vedremo in avanti come espiare i peccati qui su questa terra per non fare Purgatorio.

Per riparare i nostri peccati, vi ho già parlato delle opere di misericordia corporali e spirituali e delle indulgenze.

In avanti vi parlerò anche della preghiera, del digiuno, dell’elemosina, della penitenza, delle mortificazioni, dell’esercizio della carità e vi inviterò anche a sopportare le prove e le tribolazioni della vita per riparare i peccati del passato.

Facciamo penitenza qui sulla terra, per evitare i tormenti del Purgatorio.

Dipende da noi approfittare del tempo che ci è dato in questo esilio terreno

* per vivere santamente

* e per purificarci quaggiù anche attraverso tutte le prove, afflizioni, pene e disagi che incontreremo nel corso della vita.