Il Purgatorio - parte 28^- CELLULE PARROCCHIALI DI EVANGELIZZAZIONE Gruppi Cellule-Oikos p. S.O. - Palermo Arcidiocesi di Palermo

Il Purgatorio - parte 28^

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27 maggio 2021

Gesù, volendo attirare tutti al suo cuore, trascorre la vita terrena, manifestando la sua infinita misericordia.

Guardiamo Gesù...

Cammina per le strade alla ricerca dei poveri, i malati, gli esclusi, i sofferenti, lo scarto della società e soprattutto i perduti.

Mt 9,35-36: “Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il Vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità.

Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore”.

Lc 7,11-15: “In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere!». E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Giovinetto, dico a te, alzati!». Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare.

Ed egli lo diede alla madre”.

Gesù non stava a guardare. La sua compassione diventava misericordia.

Perché i peccatori accorrevano da Gesù senza timore?

Perché Gesù amò presentarsi al mondo come amico dei peccatori, pastore buono, fratello e padre, disposto a perdonare non sette volte, ma settanta volte sette.

All’adultera, che a Lui fu presentata come degna di essere uccisa a sassate, diede generosamente il perdono, come lo diede alla samaritana, a Maria di Magdala, a Zaccheo, al buon ladrone.

Rm 3,23: “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio”.

Tutti siamo peccatori ma se confidiamo in Gesù, la nostra anima è risanata e diventa più bianca della neve.

Il ricordo dei peccati commessi suole essere un pensiero opprimente.

Ad una certa età, quando diminuisce il bollore delle passioni, l’anima toccata dalla grazia di Dio, vede le gravi colpe in cui è caduta e naturalmente ne arrossisce.

Poi si domanda: “Come mi trovo ora davanti a Dio?”.

Se non si ricorre a Gesù, aprendo il cuore alla fiducia ed all’amore, prende il sopravvento il timore e lo scoraggiamento ed il demonio ne approfitta per deprimere l’anima, generando malinconia e scoraggiamento.

Il cuore depresso è come un uccello con le ali tarpate, incapace di spiccare il volo verso le vette delle virtù.

Il ricordo delle vergognose cadute e dei gravi dispiaceri arrecati a Gesù si deve utilizzare in bene, come si utilizza il concime per fecondare le piante e farle fruttare.

Venendo alla pratica, quando si presenta alla mente il pensiero di un passato peccaminoso:

1 - Si faccia un atto di umiltà, riconoscendo la propria miseria. Appena l’anima si umilia, attira lo sguardo misericordioso di Gesù, il quale resiste ai superbi e dà la sua grazia agli umili.

2 - Si apra l’animo alla fiducia, pensando alla bontà di Gesù, e si dica “Cuore di Gesù, confido in te!”.

3 - Si emetta un atto d’amor di Dio, fervente dicendo: “Gesù mio, molto ti ho offeso, ma molto ora ti voglio amare!”.

L’atto di amore è un fuoco che brucia e distrugge i peccati.

Compiendo i suddetti tre atti di umiltà, di fiducia e di amore, l’anima avverte un misterioso sollievo, un’intima gioia e pace, che si può solo provare ma non esprimere.

Data l’importanza dell’argomento, sarebbe opportuno scegliere un mese (o un giorno alla settimana) e dedicarlo alla riparazione dei peccati commessi nella vita.

Chi avesse dato scandalo, con la condotta, con i consigli o con esortazioni al male, dia una buona testimonianza alle anime scandalizzate e preghi per loro, affinché nessuna si danni.

Chi ha peccato, e realmente vuole rimediare, compia molti atti buoni, in opposizione agli atti cattivi.

Chi ha mancato contro la purezza deve mortificare i sensi e specialmente gli occhi ed il tatto.

Chi ha peccato contro la carità, faccia del bene a chi gli ha fatto del male.

Chi ha trascurato la messa nei giorni festivi, faccia il proposito di non assentarsi più.

Quando si compie un gran numero di simili atti buoni, non solo si ripara il male fatto, ma ci si rende più cari al cuore di Gesù.

S. Ignazio nei suoi “Esercizi Spirituali” (n. 7) ricorda che “le penitenze esterne si fanno anche per riparare i peccati passati (e se non si ripara qui, si deve riparare in Purgatorio).

Attenzione! Vorrei precisare che i nostri peccati non vengono espiati dai nostri digiuni e neanche dalle nostre penitenze, ma dalla passione e dalla morte di Cristo.

I nostri digiuni, le nostre penitenze (e se vogliamo anche le opere di misericordia che abbiamo trattato) non aggiungono nulla al sacrificio di Cristo che ha un merito infinito.

Sono però necessari perché gli effetti del sacrificio di Cristo possano essere applicati a noi.

Non basta che nella dispensa ci sia tutto ciò che è necessario per non morire di fame.

Si richiede anche che noi prendiamo di lì quanto ci è necessario.

I peccati sono stati espiati tutti una volta per sempre da Cristo.

I digiuni e le penitenze sono necessari perché il credente possa applicare a sé i tesori della redenzione.

Un esempio: perché la macchina corra non basta che ci sia il serbatoio pieno di benzina, ma è necessario che si pigi l’acceleratore.

E più lo si pigia, più la macchina corre.

Poiché il sacrifico di Cristo ha un merito infinito, più partecipiamo alla passione e morte del Signore, più profonda è la santificazione che riceviamo nelle nostre anime. Leggete le 24 ore della passione di Nostro Signore Gesù Cristo di Luisa Piccarreta per vivere la passione di Gesù.

È in questo senso che S. Paolo scrive:

Col 1,24: “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa”.

Sappiamo che il peccato grave comporta due cose:

l’offesa fatta a Dio e la perdita dell’amicizia e dell’intimità con Lui, e cioè della grazia.

Ebbene nessun uomo in quanto tale può riparare adeguatamente i propri peccati.

E questo per un doppio motivo.

Il primo: perché le sue opere, per quanto buone siano, hanno un valore limitato, mentre l’offesa fatta a Dio è di una gravità infinita.

Il secondo: anche se le opere dell’uomo potessero riparare i peccati commessi, non possono ancora meritare la riconciliazione, tanto più che l’amicizia soprannaturale con Dio è un dono del tutto immeritato da parte dell’uomo ed è frutto solo della benevolenza divina.

Poste queste premesse, ne viene da sé che solo Gesù Cristo poteva riparare adeguatamente il peccato e meritare la riconciliazione con Dio (Isaia 53,3-7).

Gesù non solo ha espiato il peccato, ma ha anche meritato la reintegrazione nell’amicizia con Dio mediante la grazia, la riconciliazione dell’uomo con Dio.

S. Tommaso afferma che:

“... la passione di Cristo fu una soddisfazione non solo sufficiente per i peccati del genere umano, ma anche sovrabbondante, secondo le parole di S. Giovanni: “Egli è propiziazione (espiazione) per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (Somma teologica, III, 48,2).

“... Comprendiamo ora quanto Cristo ha fatto per noi.

Nessuno ci ha dato tanto quanto ci ha dato lui:

* l’espiazione dei peccati

* e la comunione alla vita intima ed eterna di Dio.

Nessuno del resto lo poteva fare.

Questo va detto chiaro.

Inoltre dal momento che col battesimo siamo stati innestati in Cristo, mediante la grazia possiamo cooperare con Cristo per l’espiazione dei nostri peccati.

Lo possiamo fare in particolare mediante la confessione sacramentale, con i tre atti che il penitente compie:

La contrizione, l’accusa dei peccati e la penitenza, e con altre opere che in avanti vedremo.

1Gv 4,10: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati”.

Il Signore ha dato alla Chiesa il potere di perdonare i peccati.

Una persona sul letto di morte ha la possibilità di avere presso il capezzale un sacerdote confessore.

Riceve il perdono dei peccati e quindi può andare direttamente in Paradiso.

Per coloro che passano all’eternità, dopo aver ottenuto il perdono delle colpe, perché celebrare messe di suffragio, recitare rosari e compiere opere buone?

Ma che bisogno c’è?

In via preliminare, va detto che ogni nostro peccato, mortale o veniale, comporta non solo la colpa, ma anche la pena, cioè il castigo dovuto per quel peccato.

Lo stesso avviene nell’ordine sociale.

Ad esempio: si uccide un uomo. La colpa è il delitto e la pena è il carcere.

Quando ci si confessa con le dovute disposizioni, si riceve quindi il perdono dei peccati, cioè la colpa viene rimessa, non c’è più. Ma rimane la pena da scontare.

La pena consiste in un certo quantitativo di sofferenza che è possibile scontare - per un certo tempo - in diversi modi qui sulla terra, oppure in purgatorio.

Nel confessare i peccati veniali, possiamo essere certi che il buon Dio ci perdoni e rimetta la colpa, ma non è detto che rimetta tutta la pena temporale, dovuta per quei peccati (se il pentimento del peccatore è imperfetto).

Può capitare che rimanga da scontare la pena temporale anche se - dopo la Confessione - Dio ha perdonato i peccati.

Quindi in sintesi:

l’anima, confessandosi regolarmente, certamente ha ottenuto la remissione di tutti i peccati di cui si è pentita.

Ma, a quell’anima, può restare da scontare, espiare una certa pena dovuta ai suoi peccati veniali e mortali già confessati.

A volte una persona non ha la possibilità di trovare un prete per la confessione oppure si ritrova la sera con un peccato mortale non confessato e pensa:

- E se muoio questa notte?

Faccia intanto un atto di contrizione perfetta, unito al proposito di confessarsi al più presto.

Vedremo in avanti gli effetti della contrizione.

Più peccati ci vengono perdonati e più grande è la pena dovuta che dobbiamo riparare.

Vedremo in avanti che finché siamo in vita, possiamo riparare le pene con le indulgenze, con la frequenza dei sacramenti, con gli atti d’amore di Dio, con le opere di carità, con l’offerta dei sacrifici.

Ma sono tante le miserie umane che per lo più non basta l’intera vita per purificarsi adeguatamente, salvo eccezioni.

E quindi è necessario andare a purificarsi nel purgatorio, per essere degni di vedere Dio e contemplarlo come fanno gli angeli.