Il Purgatorio - parte 27^- CELLULE PARROCCHIALI DI EVANGELIZZAZIONE Gruppi Cellule-Oikos p. S.O. - Palermo Arcidiocesi di Palermo

Il Purgatorio - parte 27^

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20 maggio 2021

VISITARE GLI INFERMI / 2 (5^ opera di misericordia corporale)

Tutti, più o meno, abbiamo provato nel corso della vita dei disturbi fisici, duraturi o passeggeri.

Possiamo perciò comprendere meglio lo stato d’animo di un ammalato.

Chi giace da tempo a letto oltre ai dolori corporali, soffre anche pene morali, causate dalla solitudine, dalla poca pazienza dei familiari e da altre circostanze.

Il sollevare dallo stato di sofferenza un infermo, anche momentaneamente, è uno dei migliori atti di carità.

Non tutti però si prestano a visitare gli ammalati, ad averne cura, a dire una parola di conforto.

Il motivo a volte potrebbe essere che stando vicino ad un infermo, si ha paura del contagio, oppure non si prova gusto a vedere chi soffre.

Si preferisce andare in casa altrui in occasione di feste o per interesse, o per godere di una lieta compagnia.

Chi però ama veramente Gesù, deve preferire la visita agli ammalati a qualunque cosa di questo mondo.

Quando una malattia colpisce una persona, soffre chi ha la malattia e soffrono tutti quelli della famiglia, chi per un conto e chi per un altro.

Gli ammalati in casa devono essere trattati con delicatezza e con molta pazienza.

L’ammalato suole divenire nervoso, noioso ed alle volte incontentabile.

Si faccia di tutto per trattare chi soffre sempre con calma, senza mostrarsi annoiati di servirlo, col sorriso sulle labbra.

Quando l’infermo sa che i parenti lo assistono con amore, la sua sofferenza è alleviata.

È meglio tacere che dire frasi inutili o di circostanza; è meglio accarezzare e stringere le mani, che dare false rassicurazioni stucchevolmente ottimistiche.

Quando è possibile, è opportuno invitare alla preghiera, anche breve.

Allorché si comprende che l’ammalato desidera essere lasciato solo, per riposare meglio, non gli si stia vicino a chiacchierare o a far baccano.

Quando al contrario si vede che egli desidera un po' di compagnia, si lasci qualunque cosa per sollevarlo con discreta conversazione.

Quel momentaneo sollievo recato all’ammalato e più accetto a Dio di una lunga preghiera.

“Ama il prossimo tuo come te stesso!”, dice Gesù.

Perciò bisogna estendere la carità non solo agli ammalati della famiglia, ma pure agli altri: vicini di casa, amici, conoscenti, poveri derelitti...

Io vorrei andare in Chiesa per la messa o fare una visita a Gesù solitario nel tabernacolo, o per dire preghiere in riparazione dei miei peccati.

C’è però un malato, tra i familiari, parenti o conoscenti, che ha bisogno di conforto.

La mia visita potrebbe fargli piacere.

Allora invece di andare in Chiesa, vado a visitare questo ammalato!

Chi agisse così farebbe molto bene.

In chiesa c’è Gesù sotto i veli eucaristici. In quella casa c’è lo stesso Gesù sotto le sembianze di un ammalato.

E Gesù Cristo nel giorno del giudizio dirà:

Mt 25,35-36: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi.

Se vieni a conoscenza di qualche ammalato povero, fa’ di tutto per andare a trovarlo.

Informati dei suoi bisogni. Adoperati per trovare i mezzi per non fargli mancare il necessario.

Fa conoscere il caso doloroso ad altre anime generose, che hanno più facilità a portare avanti questa opera di prossimità e assistenza.

L’ammalato vedendosi considerato anche da una persona estranea, si sentirà rianimato e confortato.

Dal corpo tu passa all’anima.

Fai notare che la sofferenza, unita a quella di Cristo, espia i peccati ed elimina il soggiorno in Purgatorio.

Esortalo a ricevere i sacramenti ed interessati tu stesso di informare il parroco.

Se si tratta di una malattia grave o dolorosa e l’infermo ne è consapevole, suggerisci a lui la rassegnazione al volere di Dio e ricordagli della gioia che Dio prepara nell’altra vita a chi soffre con pazienza.

C’è una parabola evangelica la quale dimostra come tutti siamo obbligati ad interessarci di chi soffre ed è nel grave bisogno.

Luca 10,29-37: “Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?».

Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.

Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando io vide passò oltre dall’altra parte.

Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre.

Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione.

Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e sì prese cura di lui.

Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo:

Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.

Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?»

Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui».

Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso»”.

Poveri infelici, abbandonati sul letto del dolore, ce ne sono tanti nel mondo. Ma buoni samaritani se ne trovano pochi.

I santi compresero che senza carità non si può giungere a Dio e quindi dedicarono le loro energie al bene del prossimo bisognoso.

Trattandosi di ammalati è bene ricordare S. Giuseppe Cottolengo, sacerdote povero ma zelante. A vedere dei poveretti ammalati, avrebbe voluto dare loro tutti i sollievi.

Ma come fare’...? Aveva la buona volontà, ma mancavano i mezzi.

Entrò nella Chiesa del Corpus Domini, a Torino, si inginocchio davanti all’immagine della Madonna e pregò:

“O Vergine Santa, quanti miei fratelli soffrono qui a Torino! Sono ammalati, non hanno pane e neppure tetto.

Aiutatemi voi, perché possa io riuscire a lenire le loro pene”.

La Madonna accettò la preghiera del Santo sacerdote e gli rispose:

“Si, ti aiuterò. Tu comincia ed io ti assisterò!”.

Cominciarono a pervenire offerte da tante parti.

Il cottolengo poté affittare prima alcune camerette per 8 ammalati. Poi iniziò una piccola fabbrica, che chiamò la piccola casa della Divina provvidenza.

In seguito dovette ingrandire i locali.

Oggi vi sono ricoverate tante persone affette da ogni sorta di malattia.

In un secolo e più di vita, il grande Dio non ha fatto mancare mai il necessario alla piccola casa.

Da giovane S. Camillo De’ Lellis era lontano da Dio.

La grazia di Dio gli toccò il cuore, si convertì e si diede completamente al servizio degli ammalati.

Un giorno vide un uomo, abbattuto da un grave malessere, quell’infelice non poteva reggersi in piedi e tanto meno camminare.

S. Camillo, mettendo da parte ogni umano riguardo, da sacerdote zelante, mise sulle spalle il poveretto e lo portò all’ospedale per curarlo convenientemente.

Era persuaso di rendere a Gesù il servizio reso a quel sofferente.

Giunto all’ospedale, il povero si manifestò.

Meraviglioso...

Era Gesù Cristo in persona, il quale volle premiare anche su questa terra gli atti di carità del Santo.

Difatti Gesù si lasciò contemplare alcuni istanti e subito dopo sparì.

Con diversi altri santi Gesù ha fatto simili sorprese.

Santa Elisabetta, regina d’Ungheria, giovane sposa, impiegava le sue sostanze a bene dei poveri.

Era per lei un onore poter servire gli ammalati, perché vedeva in essi Gesù.

Una volta scorse presso il palazzo un lebbroso. Era ributtante la sua vista.

La Santa ne ebbe tanta pena ed in un trasporto di amore verso Gesù, pensò di averne la massima cura.

Lo ammise nella sua camera, lo fece mangiare, gli medicò le ferite e dopo lo mise a riposare a letto, proprio nel posto del re.

I cortigiani si accorsero del fatto ed ebbero pensieri maligni sulla loro regina.

Qualcuno informò il re Ludovico.

Questi, quantunque conoscesse le virtù della sposa, volle assicurarsi di tutto.

Entrò frettolosamente in camera e trovò la regina. Non vide altri.

- Mi hanno detto, o Elisabetta, che è entrato un uomo in questa camera e non l’hanno visto uscire. È vero?

- Si, era un lebbroso, che ho ricevuto per amore di Gesù.

- Un lebbroso...? Ma non temi il contagio per te e per me... ed ora dove sta?

- Nel nostro letto.

- Ma queste sono pazzie...! Voglio vedere!

La Santa ebbe un momento di trepidazione. Non avrebbe voluto trovarsi in simile circostanza.

Cominciò a pregare.

Il re si avvicinò al letto e ritirò le coperte per vedere il lebbroso.

Ma questi non c’era più. C’era Gesù crocifisso, vivo e vero, piagato e sanguinante!

Il re commosso, cadde in ginocchio.

La sposa contemplò estatica il suo Gesù, finché lo vide sparire.

Questi sono episodi storici, di cui la vita dei santi è ornata che servano di forte stimolo ad avere compassione di chi soffre e ad averne cura, anche a costo di sacrifici.