Il Purgatorio - parte 25^- CELLULE PARROCCHIALI DI EVANGELIZZAZIONE Gruppi Cellule-Oikos p. S.O. - Palermo Arcidiocesi di Palermo

Il Purgatorio - parte 25^

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6 maggio 2021
 

DAR DA BERE AGLI ASSETATI (2^ opera di misericordia corporale)

Gesù Cristo insegna:

Mc 9,41: “Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa”.

Quest’opera di misericordia non può praticarsi con facilità, perché dalle nostre parti di acqua se ne trova ovunque.

Questo mondo ha però un grave debito sociale verso i paesi e i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita.

La donna samaritana presso il pozzo entra in dialogo con Gesù che le ha chiesto da bere.

Nel farlo, scopre che al di là della sete naturale c’è una sete più profonda, Gesù le dice infatti:

«Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva».

L’acqua che Gesù ci dà da bere è il suo Spirito.

Gv 7,37-39: “Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dai suo seno». Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato”.

VESTIRE CHI È NUDO (3^ opera di misericordia corporale)

Il corpo umano necessita di essere ricoperto per dignità personale. Non tutti possono avere i mezzi per coprirsi convenientemente.

S. Agostino, Vescovo di Ippona, vedendo la necessità in cui versava il popolo, dopo aver esortato i fedeli a prestarsi a rivestire gli indigenti e avere dato anche parte dei suoi indumenti, credette bene prendere la biancheria della Chiesa e le tovaglie degli altari per ricoprire i corpi dei più bisognosi.

Lc 3,11: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».

Inverno anno 337. Martino, soldato dell’esercito romano, incontra vicino alla porta della città un mendicante che trema per il freddo.

Datemi qualche cosa, chiese in atto pietoso.

S. Martino non aveva denaro e pensò di ricoprirlo in qualche modo.

Taglia il suo mantello e ne dona una metà al poveretto dato che l’altra metà appartiene all’esercito romano in cui martino è arruolato.

E dice: “Ecco il mio mantello da militare. Lo divido di due parti: una parte per voi e un’altra per me”.

Gesù accettò molto quell’atto caritatevole e la stessa notte, apparve a S. Martino, con le spalle nude ma in parte ricoperte da mezzo mantello militare.

Poi gli rivolse queste parole: “Il mio servo Martino mi ha ricoperto con questo mantello!”, vedi Mt 25,36.

La parola dice: “Fa parte dei tuoi vestiti agli ignudi”, Tobia 4,16.

Anni fa in tv ho visto una sequenza di foto scattate ad Atene.

Un giovane portava un paio di scarpe da ginnastica a un senzatetto scalzo. Il povero era visibilmente commosso e non smetteva di abbracciarlo.

Erano scarpe nuove.

Ma perché ai poveri dovremmo dare le cose da buttare?

Sul calvario prima della crocifissione, Gesù è spogliato delle sue vesti e della sua tunica dai soldati, Gv 19,23.

Sulla Croce è nudo.

Espressione più alta del suo totale abbassamento per innalzare noi e farsi povero per arricchire noi.

Cosa vogliamo di più?

Gesù dirà nel giudizio universale:

Mt 25,43: “Ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.

DARE RIFUGIO AL PELLEGRINO (4^ opera di misericordia corporale)

Mt 25,35: “Ero forestiero e mi avete accolto”.

Nel catechismo della chiesa cattolica leggiamo: “Le opere di misericordia corporale consistono nel dare da mangiare a chi ha fame, nell’ospitare i senza tetto, nel vestire chi ha bisogno di indumenti, nel visitare gli ammalati e prigionieri, nel seppellire i morti” (n. 2447).

Santa Rosa da Lima rispondeva alla madre che la rimproverava di accogliere in casa poveri e infermi:

- “quando serviamo i poveri e i malati serviamo Gesù”.

Una categoria da attenzionare è quella dei “senza dimora”, di chi vive per strada, ai margini di una società che non è stata capace di intercettarli nei momenti in cui cominciavano ad esserne esclusi: per la perdita del lavoro, per la rottura del loro matrimonio, per una patologia psichiatrica, per l’abuso di alcol o sostanze stupefacenti.

Sono spesso invisibili, non disturbano più di tanto e, finché non muoiono di freddo, non fanno neppure notizia.

Ma non possiamo tacere una seconda categoria, oggetto della 4^ opera di misericordia corporale: quella dei migranti e dei richiedenti asilo.

Con una certa abilità abbiamo cercato di sgravarci la coscienza rispetto al dovere di accoglierli e di ospitarli.

Li abbiamo appellati col nome di clandestini per dire che sono persone che non rispettano le regole.

Poi abbiamo inventato la distinzione tra “rifugiati” - meritevoli di accoglienza in quanto in fuga da guerre e persecuzione - e “migranti economici” da rimandare a casa loro dal momento che la fame o la siccità decennale, l’assenza di prospettive per il futuro, non sono motivi sufficienti che giustificano una qualche forma di protezione.

Di fronte allo straniero che è tra noi, all’immigrato che ci scomoda, il cristiano si pone una domanda elementare:

- Come è possibile respingere lo straniero e continuare a pregare il Dio che rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama lo straniero e gli dà pane e vestito?

Come affrontare il giudice giusto che ci chiederà conto: “ero straniero e non mi hai ospitato”, Mt 25,43?

“Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare”, raccomandava S. Pietro, 1Pt 4,9.

Questa opera di misericordia in origine si riferiva a quanti si trovavano in viaggio per una motivazione di carattere religioso.

Oggi non perde di valore, anche se le cose sono cambiate, perché non si riferisce più a chi bisogna accogliere, ma al fatto che tutta la nostra vita deve aprirsi alla disponibilità, all’accoglienza dell’altro.

“Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto”, Esodo 22,20.

Cosa dire delle migliaia e migliaia di immigrati e profughi che fuggono dalla miseria e dalla guerra, che affrontano rischi incredibili, anche la morte.

L’Europa anni fa ha innalzato mura e fili spinati per non farli avanzare.

Ma il Papa dice: “Sono persone, non sono numero”. Cosa possiamo fare?

Dt 15,10: “Dagli generosamente e, quando gli darai, il tuo cuore non si rattristi; perché proprio per questo il Signore Dio tuo ti benedirà in ogni lavoro e in ogni cosa a cui avrai messo mano”.

Il Papa dice (17.07.2076):

“I migranti sono nostri fratelli, sorelle che cercano una vita migliore lontano dalla povertà, dalla fame, dallo sfruttamento e dall’ingiusta distribuzione delle risorse del pianeta, che equamente dovrebbero essere divise tra tutti.

Non è forse desiderio di ciascuno quello di migliorare le proprie condizioni di vita e ottenere un onesto e legittimo benessere da condividere con i propri cari?”

“Mi piace ricordare - prosegue il Papa - l’episodio del vecchio Tobia che dopo aver ricevuto una grande somma di denaro, chiamò suo figlio e lo istruì con queste parole: “A tutti quelli che praticano la giustizia fa’ l’elemosina... Non distogliere lo sguardo da ogni povero e Dio non distoglierà da te il Suo!”, Tb 4,7-8.

Gesù - dice il Papa — ci ha lasciato un insegnamento insostituibile in proposito.

Anzitutto ci chiede di non fare l’elemosina per essere lodati e ammirati dagli uomini per la nostra generosità:

“la tua mano destra non sappia quello che fa la sinistra”.

Non è l’apparenza che conta, ma la capacità di fermarsi per guardare in faccia la persona che chiede aiuto.

Ognuno può domandarsi:

“Io sono capace di fermarmi e guardare in faccia, guardare negli occhi, la persona che mi sta chiedendo aiuto? Sono capace?”.

Gesù dice: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare”, Mt 25,35.

Nel libro degli Atti, S. Luca narra l’accoglienza di Paolo in casa di Publio:

Atti 28,7: “Nei dintorni di quel luogo vi erano dei poderi dell’uomo principale dell’isola, chiamato Publio, il quale ci accolse amichevolmente e ci ospitò per tre giorni. Il padre di Publio era a letto colpito da febbre e da dissenteria. Paolo andò a trovarlo; e dopo aver pregato, gli impose le mani e lo guarì. Avvenuto questo, anche gli altri che avevano delle infermità nell’isola vennero, e furono guariti; questi ci fecero grandi onori; e, quando salpammo, ci rifornirono di tutto il necessario”.

Vedete come accogliere fraternamente significa aprire la casa alle benedizioni. Anche alla guarigione?

“La carità non abbia finzioni; fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità”, Rm 12,9-13.

VISITARE I CARCERATI (6^ opera di misericordia corporale)

I carcerati soffrono per la privazione della libertà, per l’assenza dei familiari e per la solitudine.

Su di loro grava l’ombra di una colpa, la macchia di un delitto commesso.

Da quando Gesù ha detto: “Ero in carcere e siete venuti a trovarmi”, Mt 25,36, la prigione non è più il luogo dove alcune persone - giustamente o ingiustamente - sono confinate per un certo periodo della loro vita.

È il luogo dove è possibile incontrare il Signore Gesù nelle persone che vengono emarginate a causa del loro peccato.

In Ebrei 13,3 leggiamo: “Ricordatevi dei carcerati come se foste loro compagni di carcere”.

Per visitare chi è nel carcere occorre essere familiari con la capacità di offrire conforto e aiuto ai fini di un reinserimento nella società, rinnovati nel cuore e nella mente dalla sofferenza e dalla luce del calvario.

Se non puoi visitarli prega per loro.

SEPPELLIRE I MORTI (7^ opera di misericordia corporale)

È un’opera che potranno realizzare i Cristiani della Siria, della Libia, dell’Iraq, del Pakistan.

Qui se ne occupano gli addetti alle agenzie funebri.

Il corpo umano è sacro e, anche se si riduce in polvere, noi sappiamo che risorgerà per la vita eterna.

Che ne pensate della cremazione dei cadaveri?

Anni fa, il cadavere di un mio fratello ha subito questa sorte.

Ricordo che sono rimasto sconvolto.

Concludo.

È brutto veder morire gente sola, in un letto d’ospedale, senza una parola, senza una mano da stringere, a volte senza il conforto dei sacramenti a motivo del Covid.